Esquilino – Il giornale del rione (trimestre apr-giu 2026 – numero 4 – pagina 18)
In Roma la festa di S. Giovanni è una delle principali della città e pochi anni addietro, le artiglierie di Castel S. Angelo l’annunciavano con festose salve fin dal tramontar del sole del giorno innanzi, e nella mattina della festa il papa recavasi, in treno di mezza gala, a pontificare nella basilica di S. Giovanni in Laterano. Nella notte poi che precede la predetta solennità, la piazza del Laterano e le sue adiacenze sono gremite di popolo. Questo ripartito in brigatelle ed in gruppi più o meno numerosi, con torcie a vento ed altre simili faci aggirasi in su e in giù per quei pressi, cantando e urlando canzoni che sono tutto altro che sagre, e facendo un chiasso tale che è un vero baccano. Tutto questo chiasso e le torcie accese e lo aggirarsi intorno alla piazza, si crede dal popoletto che sia un espediente assai giovevole per tener lontane le streghe, sebbene in realtà le streghe non siano altro che il pretesto del divertimento’. Così l’avvocato Luigi Dubino descriveva, nel 1875, la notte di San Giovanni Battista nel suo Elenco di alcuni costumi, usi e detti romani.
Le credenze popolari narravano infatti che le streghe, riunitesi a Benevento sotto un grande albero di noce, si recassero a Roma il 23 di giugno, per una sola notte, scorrazzando e distribuendo fatture e sortilegi.
Il Belli, in un suo sonetto del 1834, San Giuvan de ggiuggno, descriveva così la nottata:
‘Domani è Ssan Giuvanni? Ebbè ffío mio,
cqua stanotte chi essercita er mestiere
de streghe, de stregoni e ffattucchiere
pe la quale er demonio è er loro ddio,
se straformeno in bestie; e tte dich’io
c’a la finosomia de quelle fiere,
quantunque tutte quante nere nere
ce pòi riffigurà ppiú dd’un giudio.
E accusì vvanno tutti a Ssan Giuvanni,
che llui è er loro Santo protettore,
pe la meno che ssia, da un zeimilanni.
Ma a mmé, cco ‘no scopijjo ar giustacore
e un capo d’ajjo o ddua sott’a li panni,
m’hanno da rispettà ccome un Ziggnore.’
Uno scopino e una discreta fornitura di agli erano quindi sufficienti per porsi al riparo. Una cinquantina di anni dopo, nel 1880, ecco poi che si aggiungono altri rimedi. Giggi Zanazzo, poeta, ricercatore e raccoglitore delle tradizioni, ne parla in varie pubblicazioni e nel sonetto La divuzzione a San Giuvan de giugno:
‘Jer’a sera cenassim’a bon’ora.
Doppo mi’ nonna, ch’è ‘na donna santa,
messe la scopa e sversò tutta quanta
la sajera der sale là de fora.
Scorto che fu e’ rosario, lei allora
prese e ce benedì co’ l’acquasanta;
e annassim’a la dorma tutti in santa
pace, p’ariposà giust’un par d’ora.
Malappen’arbeggiava, via debbotto.
sem’iti a san Giuvanni a spasso a spasso,
a magnà le lumache e a fasse un gotto.
Dopp’er ballo der sole me so’ corco,
co’ la spighett’in mano sopra un sasso,
e me ce so’ addormito com’un porco.’
Le scope all’ingresso di casa, meglio ancora se in croce e il sale in terra, perché ‘accusì si una strega ce voleva entrà nu’ lo poteva si pprima che sonassi mezzanotte nun contava tutti li zzeppi de la scopa e ttutte le vaghe der sale. Cosa che bbenanche strega, nu’ je poteva ariuscì; perchè, si sse sbajava a ccontà aveva d’arincomincià dda capo’ (Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, 1908). Inoltre, il rosario, la benedizione con l’acqua santa e la ‘spighetta cor garofoletto’, il fiore che costava meno, benedetto in giornata durante la messa. Zanazzo dedicò all’evento anche un’intera pubblicazione (Streghe, Stregoni e Fattucchieri, 1882), con 55 sestine, da cui questa:
‘E vvoi la scopa nu’ l’avete messa?
– Nun vedete? n’ho messe dua in croce
Perché, m’ha ddetto Mènica l’ostessa,
che ssi lloro se dàssino la voce
che cqua cce stà la croce sur mignale,
nun s’affèrmeno manco a contà ‘r sale.’
Credenze popolari, alimentate però dalla chiesa del tempo. Sempre in Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Giggi Zanazzo infatti ci racconta: ‘tutte le vorte ch’er Papa pontificava a Ssan Pietro o in quarch’un’antra de le sette bbasiliche, mannava una maledizzione speciale contro le streghe, li stregoni e li fattucchieri. ‘Sta maledizzione er Papa la tieneva scritta sopra un fojo de carta; e quanno l’aveva letta, stracciava er fojo e lo bbuttava in chiesa in mezzo a la folla.che, pper impossessasse de queli pezzi de carta, manco si ffussi stata pe’ strada, faceva a spinte, a ppugni, a ttuzzi, e a sganassóni’.
