Esquilino – Il giornale del rione (trimestre gen-mar 2026 – numero 3 – pagina 18)
Certo che la notizia nun è bella,
anzi a pensacce bene è proprio brutta:
Roma senz’acqua! Roma che s’asciutta
in ogni funtanone e funtanella.
Pensa’, bastava ‘na pioggerella
che in un minuto s’allagava tutta,
e adesso, a Roma, l’unica che butta
è Funtana de Trevi, solo quella.
L’a.c.e.a. nun sa scopri’ ‘sto calo d’acqua:
forse è gente che ar bagno ce pia gusto
e cor callo se sciacqua e se risciacqua.
Ma si un appiggionante fa la spia
ch’io ciò er bidè che perde e nun l’aggiusto…
ce voi scommette che la corpa è mia?’
Sembra cronaca d’oggi, come testimonia un articolo su queste stesse pagine. Eppure, sono rime che risalgono a quasi cinquanta anni fa.
Roma senz’acqua è un sonetto di Aldo Fabrizi pubblicato nel suo libro Nonno Pane (1980). In comune con i giorni nostri, oltre la carenza d’acqua, c’è solo la società che se ne occupa, oggi Acea Ato 2 ma sempre monopolista del servizio.
Per parlare del rapporto tra l’Esquilino e Aldo Fabrizi l’occasione però è ghiotta, proprio quanto lo era lui. Il grande attore frequentava molto più le osterie di Trastevere e la zona di Campo de’ Fiori, dove era nato, ma nel rione si esibì spesso. Sia al Teatro Brancaccio che all’Ambra Jovinelli, culle dell’avanspettacolo.
Ciò che più lega Fabrizi al nostro territorio è però il suo ruolo in Roma Città Aperta (1945), pietra miliare del neorealismo italiano. La drammatica figura di Don Pietro, da lui interpretata, fu principalmente ispirata dalle azioni di Don Pietro Pappagallo. Medaglia d’oro al merito civile, Don Pappagallo approdò in zona nel 1928, pochi anni dopo il suo arrivo a Roma, quando divenne viceparroco della Basilica di San Giovanni. In seguito, divenne chierico beneficiario di Santa Maria Maggiore e direttore spirituale delle suore Oblate di via Urbana. Si trovava nella sua casa, al civico 2 della via, nel gennaio 1944 quando, a seguito di una delazione, fu arrestato dalla Gestapo e rinchiuso nella cella numero 13 del carcere di via Tasso.
Don Pappagallo, a cui è anche intitolata la sezione ANPI dell’Esquilino, forniva rifugio e protezione ai perseguitati di allora: dissidenti politici, ebrei, partigiani e militari che non si erano sottomessi agli occupanti tedeschi. Il 23 marzo, giorno dell’attentato di via Rasella, venne inserito nella lista di 335 prigionieri compilata dai nazisti e completata da Pietro Koch (capo del reparto speciale della polizia fascista, la famigerata Banda Koch) assieme al questore di Roma Pietro Caruso. La mattina seguente, vennero tutti trucidati alle Fosse Ardeatine. In loro ricordo sarebbe bene visitare di tanto in tanto sia il Museo della Liberazione di via Tasso (aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19), sia il Mausoleo delle Fosse Ardeatine (dalle 8:15 alle 15:30, 16:30 il sabato e la domenica).
Tornando ad Aldo Fabrizi, il modo migliore per ricordarlo non può che essere la descrizione del suo funerale, scritta da lui stesso nel sonetto Er mortorio (da La pastasciutta del 1970): Come auspicava, al suo vero funerale, il 2 aprile 1990, furono consegnate ben due corone composte da fiori de cucuzza (ma erano freschi, non fritti). L’epitaffio sul suo giaciglio, nel Cimitero del Verano, corrisponde esattamente a quanto anticipato dal suo sonetto.
‘Appresso ar mio nun vojo visi affritti,
e pe ‘fa’ ride pure a ‘st ‘occasione,
farò un mortorio con consumazione …
in modo che chi venga n’approfitti.
Pe’ incenso, vojo odore de soffritti,
‘gni cannela dev’esse un cannellone,
li nastri – sfoje all’ovo e le corone
fatte de fiori de cucuzza fritti.
Li cuscini, timballi de lasagne,
da offrì ar momento de la sepportura
a tutti quelli che “sapranno” piagne.
E su la tomba mia, tutta la gente
ce leggerà ‘sta sola dicitura:
Tolto da questo mondo troppo al dente.’
