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La rabbia dei ‘giusti’. “Io lavoro, io pago, io rispetto le regole”

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 4,5)

C’è qualcosa di più inquietante dei troll, dei bot e degli eserciti digitali che trasformano ogni vicenda pubblica in una guerra. Sono i nomi che riconosci.

Persone vere che abitano in zona, prendono il caffè negli stessi bar, comprano il pane negli stessi negozi. Per tredici anni sono passate forse cento volte davanti al grande palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme senza entrarci mai. Poi, dopo lo sgombero seguito al principio d’incendio, alcune di loro sono entrate in quella storia per la prima volta attraverso lo schermo di un telefono.
“Parassiti”. “Sanguisughe”. “La proprietà privata è sacra”. “Covo di delinquenti, tossici e clandestini”.

Accanto alla straordinaria solidarietà che ha circondato gli abitanti di Spin Time, in rete se ne è formata una opposta, rumorosa e feroce, un contrasto che mostra quanto sia diversa la percezione dello spazio tra chi lo conosce e chi, pur vivendo nelle vicinanze, non ne ha mai avuto un’esperienza diretta. Per chi è entrato a Spin Time, quel palazzo ha volti e nomi. Per chi è rimasto fuori è una parola sola: occupazione. E una categoria è molto più facile da odiare di una persona.

Io io io

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante che emerge. È il continuo racconto di sé.

Io lavoro. Io pago le tasse. Io ho acceso un mutuo. Io pago l’affitto e le bollette.

Il soggetto della frase, quasi sempre, non è chi dorme sotto una tenda a quaranta gradi. È chi commenta.

Forse è riduttivo attribuire questa rabbia all’egoismo. Molte di quelle persone sono davvero stanche. Hanno lavorato una vita, contratto mutui trentennali, vedono restringersi il proprio reddito mentre affitti, bollette e costo della vita aumentano in una corsa che sembra non conoscere fine. Hanno rispettato le regole e scoprono che rispettarle non garantisce più sicurezza.

È qui che avviene il passaggio più interessante e più politico.

La propria fatica finisce per diventare il metro con cui si misura, si ridimensiona, e spesso si nega, quella degli altri.
Se io ho sofferto per avere una casa, perché tu dovresti averla senza soffrire quanto me?È il rovesciamento del principio di solidarietà. Non chiediamo più che chi viene dopo di noi abbia una vita migliore. Pretendiamo che paghi almeno il prezzo che abbiamo pagato noi.

Chi paga metà stipendio per un monolocale può così essere spinto a considerare nemico chi vive in una stanza occupata, anziché domandarsi quale modello economico abbia reso quasi impossibile avere una casa per entrambi.

Forse è questa una delle vittorie culturali più sconcertanti del nostro tempo: rendere invisibili i meccanismi e visibili le loro vittime, per convincere le vittime a combattersi tra loro.

Poi arriva il sarcasmo

La fragilità diventa materiale per una battuta. Le persone che ballano al presidio sono “il circo”. La solidarietà viene ridicolizzata attraverso il vecchio “portateveli a casa vostra”.

Forse non è soltanto cattiveria. Riconoscere l’altro obbligherebbe a complicare il racconto.

Disegno di Zerocalcare @redazione

Bisognerebbe ammettere che dietro la parola “abusivo” può esserci un bambino. Che dietro la parola “parassita” può esserci qualcuno che lavora. Che dietro la parola “occupazione” possono esserci relazioni che nessun contratto immobiliare sa misurare.

Da anni le nostre città diventano più costose e contemporaneamente più solitarie. I centri storici sequenze di alberghi e affitti brevi. Persino la socialità viene privatizzata: si entra se si compra, si resta se si paga, ci si incontra sempre più spesso tra simili.

Spin Time, con tutte le sue contraddizioni, faceva qualcosa di molto meno spettacolare e forse più radicale: costringeva persone diverse a stare nello stesso luogo.

Non prometteva che si sarebbero amate.
Permetteva che si conoscessero.

Le porte aperte di Spin Time erano forse il suo gesto più politico.

Si poteva entrare. Guardare. Parlare. Essere d’accordo oppure no. Persino continuare a pensare che quell’occupazione fosse sbagliata.
Ma dopo esserci stati.

Ora che quella porta è chiusa, che cosa avete guadagnato, esattamente, con questo “ripristino della legalità”?

Il paradosso della premura

“Quelle famiglie meritano case vere, non stanze”: difficile trovare una frase più giusta e, nelle condizioni attuali, più comoda. Perché le case vere bisogna reperirle, finanziarle, assegnarle; prometterle, invece, non costa nulla.

Ma se davvero quelle famiglie meritano una casa, perché nell’attesa dovrebbe essere considerato più dignitoso allontanarle dalla città piuttosto che consentire loro di mantenere, pur in condizioni imperfette, la propria quotidianità? Emerge qui un’altra ipocrisia: una stanza a Spin Time viene giudicata indegna, mentre si considera accettabile mandare chi è povero sempre più lontano, interrompendo legami, abitudini, scuole, lavori e reti di assistenza costruiti nel tempo.

“Andate in periferia” o “a ripopolare i paesini” è una delle frasi più rivelatrici. Come se abitare vicino al centro fosse un privilegio indebitamente sottratto a qualcun altro. Come se la città avesse una graduatoria naturale: il centro a chi può permetterselo, i margini a chi non può. Il diritto alla città diventa così una variabile del reddito: la ricchezza può scegliere dove vivere, la povertà deve accettare dove essere collocata. La povertà, secondo questa geografia morale, deve saper stare al proprio posto.

Il privilegio che si crede merito

In certi commenti non c’è soltanto risentimento. C’è la convinzione che il posto che occupiamo nella città dica qualcosa sul nostro valore.

Chi possiede una casa ricevuta in eredità, chi è nato in una famiglia agiata, chi non ha mai dovuto scegliere tra l’affitto e una bolletta può finire per leggere la propria condizione come il risultato naturale del merito. La fortuna perde la propria genealogia. Diventa virtù.

E così anche il privilegio acquisisce una sua innocenza: io sono qui perché me lo sono meritato; tu sei lì perché, in qualche modo, devi essertelo meritato anche tu.

È una forma particolarmente efficace di rimozione sociale, perché consente di trasformare una differenza di partenza in una differenza morale. Il proprietario diventa “onesto” in quanto proprietario; chi non possiede nulla deve invece continuamente dimostrare di meritare perfino ciò di cui ha bisogno.

È qui che la parola legalità rischia di smettere di indicare un sistema di regole e diventare un’identità. Nei commenti a Spin Time ricorre continuamente: noi che lavoriamo, noi che paghiamo, noi che rispettiamo la legge. Dall’altra parte vengono collocati indistintamente “abusivi”, “scrocconi”, “parassiti”. Non importa più sapere chi siano quelle persone, se lavorino, da quanto vivano lì, che cosa abbiano costruito in questi anni. La condizione giuridica basta a definirne la biografia.

L’impermeabilità ai fatti

Qualcuno prova a raccontare la storia dell’immobile, a spiegare cosa sia stato Spin Time, raccontano le famiglie, le attività aperte al Rione, i giorni sull’asfalto. Ma la risposta raramente cambia. Il refrain è sempre lo stesso. Andate a lavorare. Pagatevi un mutuo. Andate in periferia. Tornate al vostro Paese.

Non siamo più nel dissenso. Il dissenso presuppone che un argomento possa almeno raggiungere l’interlocutore. Qui spesso accade il contrario: ogni informazione viene assorbita dentro una convinzione già formata.

E affiora un paradosso quasi perfetto. Le stesse persone che altrove lamentano la turistificazione di Roma, gli affitti impossibili, la scomparsa dei negozi di quartiere e un centro storico ridotto a fondale per visitatori possono difendere, nel caso di Spin Time, come assoluto il diritto della proprietà a scegliere la destinazione economicamente più redditizia dell’immobile. Anche se proprio quella logica contribuisce alla città di cui si lamentano.

Quando il cinismo diventa realismo

C’è infine un altro elemento, forse il più difficile da misurare. Oltre a chi ha bisogno di aiuto, viene deriso anche chi aiuta.
Chi porta acqua, raccoglie fondi, offre competenze, propone una soluzione politica o semplicemente sostiene che una città possa distribuire diversamente case, spazi e risorse viene facilmente relegato nel territorio dell’ingenuità. I sognatori. Quelli che credono alle favole. Quelli che non hanno ancora capito come funziona il mondo.

È un rovesciamento curioso. Accettare l’ingiustizia è diventato realismo; provare a correggerla, ingenuità. Il cinismo ha conquistato così una posizione formidabile: non deve più dimostrare niente. Gli basta indicare la realtà e dire che non può essere diversa.
In questa prospettiva persino la solidarietà diventa sospetta. Chi si espone avrà un secondo fine; chi aiuta vuole mettersi in mostra; chi propone una soluzione è un ideologo. L’unica posizione considerata neutrale finisce per essere quella di chi non fa nulla o difende lo status quo.

Ma anche questa è una posizione politica. Perché una società convinta che ogni alternativa sia una favola è il migliore ambiente possibile per chi beneficia dell’ordine esistente. Non occorre più difendere apertamente un sistema, basta convincere tutti che modificarlo è infantile.

A quel punto chi propone una piccola redistribuzione appare estremista, chi invece pretende il massimo rendimento da un bene essenziale semplicemente realistico.

Palmira Pregnolato
Palmira Pregnolato
Editrice e sinologa, all’Esquilino ho trovato una rete di persone preziose e affinato lo sguardo con cui leggo il mondo