Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2026 – numero 5 – pagina 16)
“Quello che sono e faccio oggi ha avuto inizio tanti anni fa al centro Civicozero (ndr., la cooperativa sociale che si trova al confine tra San Lorenzo e l’Esquilino). Ero appena arrivato a Roma, dopo esser fuggito dal mio Paese, la Costa d’Avorio, e aver viaggiato senza una meta precisa per tre anni attraversando prima l’Africa e poi il Mediterraneo. Mi regalarono una macchina fotografica e pensai ‘non scrivo, non canto, ma ho tante cose dentro da esprimere’: così ho scoperto la fotografia, ho cominciato a studiarla, ma non avevo soldi per pagare gli studi. Ho incontrato un professore che ha creduto in me, ho frequentato la sua scuola Exusphoto, a San Lorenzo, poi le borse di studio grazie alle quali ho potuto frequentare altri corsi, lui mi ha seguito per cinque anni, non ce l’avrei mai fatta senza il suo aiuto. Ora, cerco di fare io qualcosa per gli altri, per questo ho creato quattro anni fa lo studio Kene, qui all’Esquilino”.
Mohamed Keita, originario della Costa d’Avorio, in Italia dall’età di 17 anni, vive e lavora a Roma. Insegna fotografia presso il suo studio, creato dopo aver aperto nel 2017 un laboratorio di fotografia per ragazzi di strada in Mali, per trasmettere ad altri ragazzi quella passione che gli ha cambiato la vita e dare anche a loro una possibilità di riscatto.
La sua ultima mostra, Porto Roma, è stata esposta lo scorso anno al Mattatoio, ma i suoi lavori fotografici sono stati presentati in molti contesti culturali, in Italia e all’estero, tra cui il Macro di Roma e gli Istituti italiani di cultura di Londra e New York.
Il tema della restituzione e del riscatto, del senso profondo del rapporto con gli altri attraversa la profonda conversazione che abbiamo con Mohamed nel suo studio, alle spalle di piazza Dante.

Mohamed, cosa vuol dire Kene?
“Significa spazio. È mandingo, una lingua parlata in un’ampia regione cha attraversa diversi paesi dell’Africa occidentale. Spazio, come questo dove ci troviamo che la Fondazione Beta ci ha messo a disposizione per svolgere i corsi di formazione a favore di chi non può permettersi di sostenere i costi di una scuola di fotografia. È lo spazio che ricerco anche nei miei lavori. Nelle fotografie, mi piace molto ritrarre le figure umane ma non voglio invadere troppo il loro spazio, è una questione di rispetto, quello che può piacere a me può disturbare gli altri. Mentre fotografo, cerco di non essere solo da un lato della macchina, mi metto mentalmente anche nei panni della persona, penso a quello che potrebbe darmi fastidio. I soggetti che fotografo si vedono e non si vedono, in un continuo gioco di luci e ombre”.
Sei fuggito dal tuo Paese quando avevi appena 14 anni …
“C’era la guerra, ma non è stato solo quello il motivo. Quando vivi in un posto, in una città con la tua famiglia – che sia Costa d’Avorio o Roma – hai dei riferimenti. Quando improvvisamente li perdi, è difficile restare. Quando ho deciso di andare via, non avevo assolutamente idea dove sarei finito. Il mio mondo fino a quel momento era stato il mio Paese, ho scoperto che il mondo era qualcosa di completamente diverso. Ho passato mesi e mesi in luoghi dove mi trascinavo lungo le giornate senza avere una prospettiva precisa. Questo mi ha insegnato molto, ti stravolge l’idea che hai del mondo e delle persone che ti sono accanto”.
Sei tornato in Africa molti anni dopo, hai avviato il progetto Kene a Bamako, in Mali. Poi, hai creato un laboratorio anche a Roma, all’Esquilino. Due mondi apparentemente distanti.
“Geograficamente, lo sono. Ma i luoghi sono la base della condivisione, qui all’Esquilino come a Bamako. Lo studio non è solo un laboratorio di cultura, la chiave è la fotografia. Ma c’è tanto lavoro dietro. Il voler mettere i ragazzi a loro agio, liberi di mente, farli stare bene pur tra le mille difficoltà che incontrano nella loro vita quotidiana: anche questo è un aspetto molto importante. Insieme a me, ci sono tante altre persone che lavorano in questo progetto e la base è sempre la condivisione”.
Se pensi all’Esquilino, cosa immagini?
“A livello fotografico ci sono molti posti interessanti: il mercato, la piazza, la diversità di bar e ristoranti. Lo scorso anno, abbiamo fatto un lavoro di gruppo con i ragazzi proprio dedicato all’Esquilino. Un documentario fotografico molto interessante. Mi piacerebbe riproporlo per creare attraverso la scuola una memoria collettiva”.
Un reportage fotografico sull’Esquilino, da dove partiresti?
“Purtroppo, i sapori ancora non si possono fotografare (ndr., ride spassionatamente Mohamed). Allora, partirei dai colori. Ad esempio, i colori del mercato. È un posto che attraverso i suoi colori, vedi il mondo”.
Una tua mostra però parte da un luogo dell’Esquilino.
“Termini, la mostra Porto-Roma parte da lì, perché nella mia mappa personale Termini è un punto di partenza e di partenze”.
Progetti futuri?
“Sto lavorando a un documentario fotografico su una parte speciale di Roma, che attraversa la città e la rende affascinante. Hai capito vero?” … ho un attimo di esitazione, poi il suo sguardo mi fa capire che stiamo parlando del Tevere. Un nuovo omaggio di Mohamed Keita alla città che lo ha adottato, per aiutare anche noi romani a riscoprire Roma nella sua vera dimensione, tra memoria e trasformazione.
