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Smontare i clichès insieme, un gesto alla volta

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre gen-mar 2026 – numero 3 – pagina 21)

Quando si apre la porta di Agadez, in via di San Giovanni in Laterano 52, si entra in uno spazio che racconta una storia condivisa: un laboratorio artigiano nato dall’unione di due percorsi, due culture e lo stesso desiderio di costruire qualcosa insieme. La vetrina, semplice e curata, lascia intravedere gioielli, tessuti, oggetti fatti a mano. Mi offrono un bicchiere di karkadè rosso, intenso, preparato come si fa a casa, e già sono rapita dalla loro storia.

L’incontro

Maria Antonietta
Io e Zakarya ci siamo conosciuti lavorando. Entrambi a Milano. Io venivo dall’Accademia del costume e della moda (la stessa che ha aperto su via dello Statuto), e mi spostavo tra Torino e Milano. In quel periodo ero tornata a Roma ma ero in una fase di precarietà lavorativa. Una mia amica mi chiamò per chiedermi se ero disponibile a dare una mano per una grande pubblicità automobilistica: quindici giorni di set per uno spot che sarebbe durato pochi secondi, erano ancora i tempi in cui la pubblicità delle automobili aveva budget enormi.

Ricordo ancora la scena che stavamo girando: una ricostruzione surreale di un accampamento tuareg, fatta nel cuore di Milano, in un palazzo con specchi dorati e sale pompose. Servivano persone ‘che sembrassero tuareg’. Nessuno sul set aveva la minima idea di chi fossero davvero.
Zakarya era tra le comparse. Arrivò puntualissimo, vestito con cura. Quando lo chiamammo per le prove costume ci guardò e disse, con una calma assoluta: «Io sono un tuareg».

Fu come se qualcuno avesse battuto un pugno sul tavolo. La costumista si girò verso di me e mormorò: «Ecco, ora cominceremo a fare figure di… una dietro l’altra».
Zakarya prese in mano la situazione: distingueva i gioielli maschili da quelli femminili, spiegava cosa si poteva indossare e cosa no. Nessuno di noi capiva, lui invece sapeva tutto. Iniziò a mostrare come si fanno i turbanti, a occhi chiusi. Io, alla fine, imparai, ma all’inizio lui fu un aiuto provvidenziale, arrivato per caso. Insomma, alla fine, da comparsa di sfondo, furbamente lo misero a recitare: finì per avere la frase finale dello spot.

Le radici artigiane e la nascita di Agadez

Quell’incontro fu l’inizio della nostra storia. Un giorno, mentre io cercavo di rientrare nel mondo della moda, con il mio book sotto braccio, Zakarya mi disse: «Nella mia famiglia tutti lavorano l’argento. Dovresti provare». In quel periodo era esploso l’interesse per i gioielli tuareg: perfino Hermès produceva con artigiani tuareg. La Francia stava politicamente sostenendo la loro causa, dopo averla ignorata per anni. La ribellione degli Anni Novanta – a cui Zakarya aveva partecipato, pur ritrovandosi coinvolto quasi per caso – aveva portato visibilità, ma anche rischi enormi.

È così che è nata la nostra attività Agadez. Nei primi anni, le donne – spesso clienti – erano molto curiose. Non esistevano quasi coppie miste allora: noi eravamo una delle prime nel nostro giro. Molte signore mi chiedevano: «Ma com’è stare con un tuareg?». Dietro quella domanda c’era un misto di fascinazione, ignoranza, desiderio, stereotipi. Gli anni seguenti sono stati, per noi, un lavoro continuo di contro-narrazione.
La pubblicità che ci aveva fatto incontrare rappresentava il solito immaginario coloniale: il tuareg come predone, guerriero, e il deserto come luogo di mistero. Ma in realtà Zakarya è venuto da una storia totalmente diversa.

L’Esquilino che cambia

Zakarya
Prima di seguire Antonia a Roma lavoravo a Milano in una grande agenzia specializzata in viaggi nel deserto su fuoristrada. Quando sono arrivato – ventisette anni fa – l’Esquilino era molto più vivo, più africano, più multietnico. Oggi la presenza africana si vede meno: molte attività sono state chiuse o spostate. Eppure l’Esquilino resta l’unico quartiere di Roma dove quell’aria di mescolanza c’è ancora. Ma bisogna proteggerla. Per contribuire al clima culturale del quartiere, si dovrebbe ravvivare quello che un tempo era lo spirito dell’Orchestra di Piazza Vittorio: convivenza, creatività, contaminazioni. C’è bisogno di contrastare la narrazione tossica sugli africani, portando un esempio reale, positivo, visibile.

Il nostro artigianato è cultura. È memoria. È identità.
E noi vogliamo continuare a farlo vivere in un quartiere che può comprenderlo davvero.
La zona del Colosseo, per quanto prestigiosa, è diventata difficilissima per gli artigiani. Il turismo di massa non è un’opportunità: è un muro. Le comitive oscurano fisicamente la vetrina, impediscono al nostro pubblico reale – interessato, curioso – di raggiungerci. Le attività utili ai residenti sono sparite: non ci sono più attività di vicinato, né servizi di quartiere. Il passaggio generazionale dei palazzi ha trasformato la maggior parte degli appartamenti in B&B. La vita quotidiana è evaporata. Oggi la nostra attività vive una fase complessa e non siamo gli unici. Tanti artigiani si chiedono perché non esista un sostegno, un piano serio, una visione di quartiere che favorisca chi crea cultura e non solo flussi turistici.

Una visione per il futuro

Guardando al futuro immaginano il loro laboratorio all’Esquilino, dove vivono: uno spazio in cui la loro attività possa dialogare con le associazioni del rione, costruire alleanze, generare un racconto diverso, meno schiacciato sul cliché del ‘problema’ e più legato a ciò che esiste davvero – lavoro, competenza, relazioni.

Non c’è morale né promessa nella loro storia. C’è un percorso fatto di scelte, di tentativi, di adattamenti continui. Una relazione professionale e personale che non vuole dimostrare nulla, se non che esistono modi concreti per attraversare gli stereotipi senza farsene definire.
È questo, più di tutto, ciò che Antonia e Zakarya mostrano: non un modello ideale, ma una possibilità reale che non risolve tutto, ma cambia qualcosa. E che, come il loro lavoro quotidiano, si misura nei dettagli.

Palmira Pregnolato
Palmira Pregnolato
Editrice e sinologa, all’Esquilino ho trovato una rete di persone preziose e affinato lo sguardo con cui leggo il mondo