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Il degrado non basta mai, immagini fake per avere più clic

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre apr-giu 2026 – numero 4 – pagina 15)

La fotografia circola sui social. Mostra i portici di Piazza Vittorio trasformati in una specie di accampamento permanente: materassi stesi lungo il colonnato, valigie ammassate, mucchi di vestiti, persone accampate sotto le arcate e perfino un asse da stiro. In basso, una didascalia in inglese: ‘I’m Italian. These are the areas in Italy you should avoid.’

Il problema è semplice: la foto non esiste.
È un’immagine generata con l’intelligenza artificiale.

Chiunque frequenti davvero i portici dell’Esquilino lo capisce in pochi secondi. Le colonne sono diverse, le insegne non esistono, gli oggetti sembrano usciti da una scenografia un po’ confusa, e soprattutto quella scena – una specie di campo profughi ordinato sotto le arcate umbertine – non è mai esistita. Eppure l’immagine è stata ‘ripostata’ su un gruppo Facebook del rione, uno di quei gruppi dove ogni giorno si discute di cassonetti pieni, marciapiedi sconnessi e di varia umanità.
Non è stata pubblicata per smontarla.
È stata pubblicata a riprova.

A quel punto restano due possibilità. La prima è che chi l’ha condivisa non abbia riconosciuto una delle immagini artificiali più evidenti degli ultimi tempi. La seconda è che l’abbia riconosciuta benissimo e abbia deciso comunque di usarla. Tra le due ipotesi, la seconda ha il vantaggio di spiegare meglio il mondo in cui viviamo.

Perché l’immagine funziona. È esattamente quello che molti vogliono vedere: un quartiere trasformato in rovina esotica, una città che scivola lentamente verso un generico degrado. È una fotografia che non documenta nulla ma conferma tutto. E nella grammatica dei social questo basta.

Il fatto è che il degrado, da solo, non basta mai. Deve essere amplificato, reso più evidente, possibilmente spettacolare. Se non è abbastanza visibile, lo si aiuta un po’. Se non produce abbastanza indignazione, lo si ritocca. E se proprio non c’è la scena giusta, la si può sempre generare.

È una dinamica ormai familiare. Da qualche tempo l’Esquilino è diventato uno dei teatri preferiti di una nuova categoria di narratori urbani: i content creator del disagio. Arrivano con il telefono già acceso, attraversano portici e marciapiedi come inviati speciali, e montano brevi sequenze: borseggi sventati, discussioni riprese a pochi centimetri di distanza, risse sfiorate, senza fissa dimora spesso ubriachi che dormono nei cartoni. Il quartiere diventa un set e il semplice passante, o chi si è premurato di richiedere il loro servizio, un possibile protagonista.

La scena è quasi sempre la stessa: qualcuno agisce, qualcuno filma, qualcuno commenta. In pochi minuti il video è pronto. Titolo efficace, didascalia indignata. Fine della storia.
Naturalmente l’Esquilino non è un quartiere immaginario. È uno dei luoghi più densi e attraversati di Roma: un mercato che comincia all’alba, ristoranti che cambiano cucina ogni cinquanta metri, palazzi ottocenteschi, pensioni economiche, famiglie storiche, studenti, lavoratori arrivati da mezzo mondo. Un quartiere che vive di passaggi continui, e che proprio per questo convive con problemi reali: furti, borseggi, piccola criminalità.

Le forze dell’ordine lo sanno bene e negli ultimi mesi hanno intensificato controlli e operazioni. È un lavoro quotidiano, fatto di pattugliamenti e prevenzione, molto meno spettacolare della tensione ripresa con lo smartphone.

Ma la realtà ha un difetto: è complicata.
E la complessità non è virale.

Molto più semplice è costruire un racconto per episodi. Un tentativo di borseggio diventa la prova di un sistema fuori controllo, una discussione ripresa per strada diventa la fotografia di un quartiere allo sbando. Nel frattempo altri fenomeni, più profondi e meno filmabili – come le reti dello spaccio o il consumo diffuso di droghe – restano fuori campo. Non perché non esistano, ma perché non si prestano al formato.

La logica è quella dell’algoritmo: ciò che è visibile diventa reale, ciò che non è visibile scompare.

L’immagine falsa dei portici si inserisce perfettamente in questo meccanismo. Non serve che sia vera: basta che sia coerente con la storia che si vuole raccontare. È una scenografia perfetta per una narrazione già pronta, quella di un’area ridotta a simbolo del declino urbano.

Nel frattempo il rione vero continua a funzionare con la sua solita, imperfetta normalità. Sotto i portici passano persone che vanno al lavoro, qualcuno apre il negozio, qualcuno beve un caffè prima di prendere la metro.

La città reale, come spesso accade, è molto meno drammatica della sua versione digitale.
E soprattutto è meno ordinata.
Non ha la composizione perfetta di un’immagine generata dall’intelligenza artificiale.

Forse è proprio questo il problema. La realtà, per come è fatta, non produce abbastanza clic. E quando il degrado non basta mai, prima o poi qualcuno finisce per inventarlo.

Palmira Pregnolato
Palmira Pregnolato
Editrice e sinologa, all’Esquilino ho trovato una rete di persone preziose e affinato lo sguardo con cui leggo il mondo