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Spin Time, cosa resta dopo 13 anni

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 2,3)

Per capire cosa è accaduto questa estate a Spin Time non basta partire dal cancello ora chiuso su via di Santa Croce in Gerusalemme e nemmeno dall’incendio che, nella notte tra il 29 e il 30 luglio, ha improvvisamente trasformato una vicenda lunga 13 anni in un’emergenza. Bisogna cominciare da ciò che quel palazzo era stato prima.

La notte in cui tutti sono usciti

L’incendio è stato piccolo. Le sue conseguenze, enormi. Quando si manifesta il principio di incendio all’interno dell’edificio, gli abitanti evacuano il palazzo. Escono le famiglie, escono i bambini, escono gli anziani. Arrivano i Vigili del Fuoco. La comunità si affida all’intervento dei pompieri e lascia gli spazi. Ed è proprio questa scelta, responsabile e pacifica, a produrre il paradosso.

Quando l’emergenza immediata è terminata, il palazzo non viene restituito a chi lo abitava. La polizia entra nell’edificio e l’autorità giudiziaria ne dispone il sequestro.

Quella che doveva essere un’evacuazione temporanea diventa così uno sgombero di fatto.
Fuori dal cancello restano circa 400 persone per le quali quell’edificio era da anni la loro casa. Roma è rovente. Le temperature sfiorano i quaranta gradi. Dentro rimangono letti, vestiti, medicine, oggetti personali, cucine, bagni. E animali. Fuori ci sono materassi, tende, bottiglie d’acqua, volontari, associazioni, cittadini.

Prima dell’occupazione

Ma la storia di Spin Time comincia molto prima del 2013, quando quell’edificio era patrimonio pubblico ed era utilizzato dall’Inpdap. Bisogna tornare al 2004, alla stagione delle grandi dismissioni immobiliari dello Stato, quando il secondo governo Berlusconi, con la “finanza creativa” del ministro dell’economia Giulio Tremonti, trasferisce centinaia di immobili pubblici al Fondo Immobili Pubblici, il Fip, affidato alla gestione di InvestiRE Sgr. Tra questi c’è anche il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme.

L’operazione viene presentata con il linguaggio tipico di quegli anni: valorizzazione del patrimonio, riduzione del debito, efficienza, mercato. Parole apparentemente neutrali che avrebbero accompagnato per decenni uno dei grandi mutamenti silenziosi delle città italiane: la trasformazione dei beni pubblici da infrastrutture della vita collettiva a strumenti finanziari.

Luigi Corvo, in un articolo pubblicato l’8 agosto su Il Manifesto intitolato L’esproprio e il capitale da preservare, scrive che nel 2004 il Fip in otto giorni acquisì dallo Stato 396 immobili per circa 3,3 miliardi di euro, con una valutazione già ridotta rispetto alle stime di mercato, e che una parte rilevante del finanziamento dell’operazione – il 70% – arrivava dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Lo Stato vende, dunque. Ma contribuisce anche a finanziare chi compra. E continua a utilizzare molti degli immobili ceduti, pagando al nuovo proprietario un canone di locazione. È il capolavoro contabile di un’epoca: alienare un bene per ottenere liquidità immediata e poi pagare per continuare a usarlo, fino a versare negli anni una somma che supera di gran lunga quanto incassato con la vendita.

Qui la polemica può fare a meno degli slogan. La domanda è semplice: è stata una buona amministrazione del patrimonio di tutti?

Assemblea Spin Time, agosto 2026 @redazione

2013: Action occupa

Il 2013 è l’anno dello Tsunami Tour, la mobilitazione che vede i movimenti per la casa uniti contro la mancanza di soluzioni al problema abitativo e che porta alla fine dell’anno a quasi 50 nuove occupazioni in tutta la città. Quando nel 2013 il movimento per il diritto all’abitare Action occupa il palazzo di 10 piani e 21.000 mq dell’ex sede Inpdap, l’edificio è in stato di abbandono da tre anni. Dentro quelle stanze arrivano famiglie in emergenza abitativa senza accesso al mercato ordinario degli affitti, migranti, lavoratori precari.

Comincia un lavoro lento, materiale, di spazi e servizi da ripristinare, impianti e ambienti da recuperare. Si sistema ciò che è rotto. Si organizzano gli spazi. Si costruiscono regole di convivenza.
L’ex palazzo Inpdap smette progressivamente di essere soltanto un rifugio per chi non ha casa e diventa una macchina sociale porosa, attraversabile. Nascono un doposcuola aperto anche ai bambini del quartiere, un coworking, sale per assemblee e spettacoli, uno studio di registrazione, una falegnameria, una camera oscura, un’osteria, attività di tutela sociale e legale.

Nella primavera del 2019 arriva a Spin Time anche Scomodo, esperienza editoriale nata dall’iniziativa di una generazione di giovani, che raccoglie la sfida di trasformare l’intero piano destinato a parcheggio in un centro culturale. I lavori prendono il via quell’estate e, un anno più tardi, nel settembre 2020, lo spazio apre le sue porte. Di giorno redazione e aula studio. La sera concerti, incontri, discussioni. Centinaia di iniziative negli anni.

La distinzione tra chi abita Spin Time e chi lo frequenta ha presto perso nettezza, è diventata fluida. Nel tempo, abitare e frequentare hanno finito per sovrapporsi: gli stessi spazi sono diventati casa per alcuni e luogo di incontro, lavoro, studio o attività per molti altri. Non è stata, naturalmente, una convivenza senza attriti: mettere insieme centinaia di persone, attività diverse e funzioni differenti dentro lo stesso edificio ha significato anche conflitti, difficoltà e problemi quotidiani.

Anche all’esterno, le letture dell’esperienza sono state differenti. Per molti le attività sviluppatesi nel palazzo negli anni diventano un modello innovativo e generativo oggetto di attenzione e di studio a livello nazionale e internazionale. Per altri sono oggetto di critica in quanto ritenute soggette a condizioni meno vincolanti rispetto a quelle normalmente richieste ad attività analoghe, soprattutto sul piano fiscale, degli adempimenti burocratici e delle norme di sicurezza; e si invocano sgomberi. Un malcontento già evidente nel 2019, quando l’elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski, interviene per riattivare il contatore elettrico dopo il distacco della fornitura.

Il dibattito sul “valore”

Nel frattempo, Il palazzo è diventato anche un terreno di confronto economico. Il 18 dicembre 2025, il Tribunale di Roma, nel procedimento RG 53641/2022, ha riconosciuto a Investire un indennizzo di 21,1 milioni di euro tra sorte capitale e importi liquidati fino al 2025. A questa somma si aggiungono 206.932,53 euro al mese, a partire dal gennaio 2026 fino alla liberazione dell’immobile, a carico del Ministero dell’Interno. La decisione è stata contestata dal Ministero, che ha presentato appello.

In un’intervista rilasciata lo scorso maggio alla Heinrich-BOll-Stiftung, Paolo Perrini, presidente di Spin Time, ha riconosciuto che si tratta di “un prezzo alto”, ma ha posto un’altra questione: “Quanto sarebbe costata alla comunità l’assistenza alloggiativa per 140 nuclei familiari per 13 anni?”. Perrini ha quindi ricordato che, secondo i suoi calcoli, “il Comune di Roma paga 2.600 euro al mese per ogni assistenza alloggiativa di 14 metri quadrati», facendo riferimento ai costi dei cosiddetti Caat, i Centri di Assistenza Alloggiativa Temporanea. È un’obiezione che va registrata, ma anche scomposta.

Il ragionamento di Perrini è questo: se 140 famiglie fossero state sistemate altrove per 13 anni, il conto per le casse pubbliche avrebbe potuto essere molto alto. Al valore indicato da Perrini, 2.600 euro al mese per nucleo, si arriverebbe infatti a circa 4,4 milioni di euro l’anno e a oltre 57 milioni in 13 anni.

Alla fine, però, la questione è anche che cosa una città decide di considerare valore e patrimonio. Un edificio può avere un valore finanziario, un costo giudiziario e, nello stesso tempo, un valore sociale che non entra facilmente nei bilanci. Ora Roma deve decidere che cosa fare di quell’esperienza: se considerarla una parentesi da chiudere o se provare a salvaguardare, in una forma ancora da definire, almeno una parte delle attività e delle relazioni che negli anni si sono sviluppate dentro quel palazzo.

Palmira Pregnolato
Palmira Pregnolato
Editrice e sinologa, all’Esquilino ho trovato una rete di persone preziose e affinato lo sguardo con cui leggo il mondo