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Sport: i luoghi del “Tempo che conta”*

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2026 – numero 5 – pagina 9,10)

C’è un’attività sportiva che si potrebbe praticare senza possedere nulla, e per nulla intendo neanche un pallone, neanche un paio di scarpe, neanche un luogo dove stare, anzi il luogo è sempre stato tutto il percorribile nel mondo.
Questo sport, così connaturato nell’Homo sapiens, nel nostro Occidente ha preso il nome di maratona per rievocare l’epica corsa di Filippide da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani nel 490 a.C.
Maratona significa correre fino allo spasimo, spostarsi, raggiungere un obiettivo, mettersi in gioco e superare sé stessi.
Non so se sia il più bello, il più colmo di significato per il genere umano, che ha trascorso i suoi duecentomila e più anni a colonizzare la terra camminando, ma sicuramente è lo sport più attivamente partecipato; migliaia e migliaia di uomini e donne vanno a New York, Tokyo, Londra, Berlino, Chicago, Roma e in tanti altri luoghi solo per correre.
Qui, internamente e appena a latere del rione, abbiamo perfino svolto una maratona nell’ottobre del 2004: si chiamava Maratona dell’Architettura ed era un percorso che toccava gli edifici più significativi costruiti nel Novecento.

LA CORSA È LIBERA
A mia memoria, non esiste un altro sport che non abbia bisogno di nulla. Certo per alcuni l’essenziale è solo un pallone, oppure un pallone e un filo o un canestro, o ancora due racchette o racchettine con o senza un tavolo, ma avere degli spazi liberi o appositi dove praticare sport sia all’aperto che al chiuso, sia d’inverno che d’estate, è un sogno che dovrebbe essere realtà per tutti i ragazzi.
E i ragazzi dovrebbero avere la possibilità di praticarlo, indipendentemente da dove provengono o dove risiedono, senza costi tali da riproporre anche nello sport una divisione di classe, e aiutandoli a costruirsi e riconoscersi nei valori di antirazzismo, antisessismo, antifascismo, anti-omofobia, e anti-abilismo, che gli sport dovrebbero far crescere.
Ma come sta messo il nostro rione se lo analizziamo dal punto di vista degli spazi? Non proprio sufficientemente.
Qualcuno obietterà: “Ma qui siamo al Centro, non è facile trovare edifici, da adattare o costruire ex novo, e ampi luoghi all’aperto dove praticare attività sportive”.
A me viene subito in mente di rispondere proponendo un paragone con il rione Testaccio, ugualmente storico, ugualmente centrale; lì troviamo un campo da calcio in via Zabaglia, uno di calcetto in via Bodoni, una piscina in via Marmorata, un grande complesso con piscina e campi vari in via Induno, e … ma forse è anche inutile continuare.
La mancanza di spazi sportivi pubblici di dimensioni e qualità adeguate rappresenta un grave problema per il nostro rione dove, per fare pratica sportiva, i privati e le associazioni debbono rivolgersi a impianti privati fuori dai confini zonali, spesso molto cari.
Ci sono invero le palestre di alcune scuole, non a norma se si vogliono organizzare campionati, o strutture private come l’importante e disponibile complesso del Santa Maria o come la palestra di boxe in via Merulana, ma sono sufficienti per 33.000 abitanti, tanti quanti poche città in Italia?
Proviamo allora a ragionare e a chiedere alle numerose associazioni sportive presenti nel rione le carenze e le necessità. Edifici vuoti o male e scarsamente utilizzati nella nostra zona ce ne sono molti e se provassimo a riorganizzarli, a riqualificarli, si potrebbero colmare le carenze e soddisfare le necessità per gli spazi al chiuso e anche per qualche ampio spazio all’aperto, non proprio nel rione ma a latere.
Le attività, ci viene raccontato, si svolgono attualmente nei cortili e nelle palestrine della Bonghi, della Di Donato, dell’Itis Galilei, fino a poco tempo fa anche nelle palestre della Pellico – dove ora è collocata una facoltà dell’Università La Sapienza – che però sono attualmente chiuse in attesa di lavori di manutenzione e ristrutturazione da parte del Municipio.
Nessuno degli spazi è omologato, pertanto per gli allenamenti e i campionati per lo più ci si rivolge ai Cavalieri di Colombo per utilizzare l’arena Rampini a San Lorenzo, con un notevole aggravio economico per la comunità.
La mancanza di un regolamentare impianto sportivo coperto all’Esquilino rappresenta un tema che le istituzioni comunali dovrebbero affrontare sia dal punto di vista economico sia da quello organizzativo.
Facciamo delle proposte o ipotesi concrete.

ATTIVITÀ AL CHIUSO
Prima ipotesi
Lo spazio più facilmente attrezzabile è sicuramente il Dente Cariato, il fatiscente edificio di via Giolitti, situato di fronte alla galleria della Stazione Termini.
Questa struttura, sopravvissuta a demolizioni e parzialmente in disuso, nota per il suo attuale stato di degrado, potrebbe diventare simbolo di riqualificazione urbana (vedi pagina 3).
Seconda ipotesi
La zona del Polo Culturale del rione (con tale specifica intendo la zona delle scuole Galilei, Newton, Di Donato, con accanto il recente Metropolitan Urban Center fra via Emanuele Filiberto e via Conte Verde e a latere palazzo Altieri) potrebbe ampliare la sua influenza di accrescimento formativo dei ragazzi aggiungendo all’interno dell’Istituto Industriale G. Galilei e su via Bixio le attività sportive per i bambini e i ragazzi del rione.
L’articolo 33 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Il punto di forza di questa seconda ipotesi è che “per molte famiglie lasciare i figli a scuola e venirli a prendere alla fine dell’allenamento è fondamentale: ci si può allontanare un po’ ma se cominciassimo ad andare a cercare gli spazi dall’altra parte del quartiere sarebbe poi complicatissimo portarci i bambini” come mi scrive Giovanni Castagno, dell’associazione Calcio Esquilino.
Gli spazi coperti e scoperti del Galilei, edificio ora nella disponibilità di Roma Capitale, sono enormi, i costi per trasformare l’edificio sicuramente importanti, ma, anche qui, il Comune potrebbe trovare accordi con soggetti privati che potrebbero gestire gli impianti sportivi, compresa l’eventuale piscina, utilizzati la mattina dagli studenti di tutte le scuole del complesso e il pomeriggio aperti alla cittadinanza.

ATTIVITÀ ALL’APERTO
Nel rione, quando si parla di sport all’aperto, la mente vola ai due tavoli da ping-pong comparsi nei giardini di Piazza Vittorio durante la pandemia di Covid e diventati rapidamente luogo di incontro e di scambi fra persone di tutte le età, di molte nazionalità e altrettante lingue.
Non mi soffermo a descrivere la rete di relazioni, conflitti o compartecipazione che fossero, createsi tra persone che hanno in comune forse solo la passione per questo sport. Ci ha pensato un bellissimo docu-film Vittorio a tavolino, di Silvio Montanaro e Séverine Queyras, che ha vinto il premio di miglior documentario al Matera Sport Film Festival (vedi pagi. 18).
Ma oltre al ping-pong, c’è molto altro.
“L’idea di uno spazio pubblico dedicato al gioco di strada rientra nel modello di città inclusiva che crea spazi di condivisione e integrazione, previene e contrasta l’esclusione sociale.
Programmare la diffusione di questi spazi nei Rioni e nei Quartieri che ne sono privi, con particolare riferimento a quelle aree che per caratteristiche sociodemografiche si sono rivelate particolarmente complesse, come il rione Esquilino e le aree adiacenti, deve essere considerata un’azione di riqualificazione urbana e al tempo stesso un intervento di prevenzione per assicurare a tutta la cittadinanza le migliori condizioni di sicurezza personale e sociale …”
Sono le parole contenute nella mozione presentata all’Assemblea con cui si chiede al Sindaco e alla Giunta di “… adottare ogni iniziativa utile finalizzata a pianificare una serie di interventi nelle aree di Via Carlo Felice, Piazza Vittorio e Piazza Pepe, con l’obiettivo di realizzare nel rione Esquilino impianti, sia regolamentari sia non regolamentari, destinati alla promozione e alla diffusione della pratica dello sport di strada, con particolare attenzione al gioco del calcio”.
Per capire perché è importante riorganizzare i giardini, le strade, le piazze riporto le idee alla base dell’Associazione Esquilino Calcio:
“… le città sono cambiate e le strade che accoglievano il gioco libero, le piazze, scomparse tranne che in rarissimi casi. Le attività sono diventate tutte strutturate e incasellate all’interno di proposte convenzionali. Se anni fa per un bambino del centro storico l’assenza degli spazi deputati poteva essere compensato con il parco, la strada, la piazza, oggi non è più così e questo ha determinato un gigantesco impoverimento motorio, ma anche sociale e culturale.
“Il calcio non sta più in mezzo alla gente.
“Sì, sono ancora altissimi i numeri degli iscritti, dei tesserati, ma quell’enorme bacino di praticanti che giocava senza esserlo, e che magari poi scopriva dopo una passione o un talento e si inseriva più avanti, è crollato vertiginosamente.
“Quindi cosa facciamo? Proviamo a remare controcorrente. Rioccupiamo i parchi e ci portiamo i bambini per farli giocare e allenare lì sulla terra, dimostrando che non serve il sintetico per giocare a calcio, anzi che la terra forse è anche più bella, organizziamo tornei nei parchi, … recuperiamo una visione più popolare e spontanea del gioco del calcio, non un ritorno romantico al passato, operazione che naufragherebbe rapidamente e sarebbe destinata al minoritarismo, ma inventiamo un mix nuovo, gioco libero ma anche gioco organizzato nello spazio pubblico.”
Cosa manca? Spazio, spazio libero, spazio aperto, spazio pubblico: per giocare e praticare sport serve soprattutto spazio, non occupato da auto ferme o in moto, non occupato da tavolini.
Nei giardini di viale Carlo Felice, verso la Basilica di Santa Croce, si è creato, quasi nascendo da una volontà popolare, un campetto da calcio; basterebbe poco per trasformarlo in un campetto di dimensioni ufficiali 42×25.
E continuiamo anche a riconsiderare quello spazio tra il Galilei e la Di Donato, per fortuna non più strada carrabile, ma ancora nulla altro, spazio al quale dovrebbe essere levato lo strato di asfalto e che dovrebbe essere pensato di relazione e luogo di incontro per i plessi scolastici adiacenti.
E se infine volessimo sognare in grande o, come dicono i tecnici, partire da una visione complessiva prima di strutturare i particolari? Che poi è l’unico modo per realizzare progetti seri.

LUNGO LE MURA
Usciamo dalle mura da porta San Giovanni e giriamo a destra: c’è il nuovo parco di via Sannio, poi gli spazi dell’associazione sportiva Castello e poco oltre i campi della Romulea o campo Roma e ancora poco più oltre, se continuiamo a camminare verso Porta Metronia, troviamo campi da tennis e il piccolo parco giochi inaugurato solo poche settimane fa e a seguire la bellissima passeggiata in un percorso completamente pedonalizzato fino a porta Latina e al Parco degli Scipioni e, allungandoci un po’, al Colosseo.
Questo è un tratto molto bello del ‘desiderato’ Parco delle Mura, a latere del rione.
Ma se invece, sempre uscendo da porta San Giovanni, invece che a destra voltiamo a sinistra, costeggiando le fortificazioni aureliane che segnano il confine sud dell’Esquilino, cosa troviamo? Quel tratto di viale Castrense, ormai poco utilizzato dal traffico urbano, è diventato capolinea dell’autobus 77 e poco altro: dalla Basilica di San Giovanni a quella di Santa Croce ci sono spazi degradati, alcuni privati, alcuni comunali: l’ex sede della motorizzazione, alcune aree di ex edifici scolastici non più utilizzati per tale funzione e forse in parte occupati, una sede dell’Ama per deposito degli automezzi e gli spazi retrostanti il Plesso scolastico Carducci.
Perché quindi non aggiungere un altro piccolo tratto ben sistemato al Parco delle Mura? Si tratterebbe di chiudere al traffico motorizzato la parte di viale Castrense dietro viale Carlo Felice, riaprire le porticine che permettevano il passaggio tra le due parti di città, dentro e fuori le mura, e allungare, aggiungendo nuovi campi, la zona sportiva all’aperto che già costeggia le mura, pensando quest’area sud delle fortificazioni come uno spazio dedicato agli sport e ai giochi all’aperto.

 

*Slogan della campagna di comunicazione di Save The Children Italia Diamo un luogo al tempo che conta, ideata dall’agenzia Mads

Maria Letizia Mancuso
Maria Letizia Mancuso
Esquilina di nascita e vita, femminista, architetto, saggista, scrittrice, nonna quando serve.