Esquilino – Il giornale del rione (trimestre apr-giu 2026 – numero 4 – pagina 5,6,7)
Sicurezza: militari alla Stazione? Ok loro contributo, ma l’approccio non può essere solo muscolare
A colloquio con Raffaele Clemente, ex capo dei vigili urbani di Roma
La questione della sicurezza è molto sentita all’Esquilino. Non solo per la vicinanza alla Stazione Termini, ma anche perché in alcune zone del rione – in particolar modo a via Giolitti e nelle strade limitrofe, a Piazza Pepe, nella zona intorno al Mercato coperto – sono più diffusi episodi legati allo spaccio, alla microcriminalità e all’illegalità. Su questo tema Esquilino ha intervistato Raffaele Clemente, già capo della Polizia Municipale di Roma Capitale e già questore di Pesaro. Sul fronte della sicurezza, osserva Clemente, ‘i partiti politici si contendono una grossa fetta del consenso dell’opinione pubblica’ e quindi è importante ‘farsi un’opinione informata su ciò che si fa o non si fa in suo nome’. Per cominciare, egli sottolinea che è importante non confondere la sicurezza ‘percepita’ con la sicurezza ‘misurata’ e la sicurezza urbana con l’ordine pubblico.
Può specificare le differenze?
Quando si agita pubblicamente la parola sicurezza a volte, opportunisticamente, vengono mescolate due differenti ordini di grandezza: la sicurezza ‘percepita’ e la sicurezza ‘misurata’, vale a dire il grado di sicurezza percepito soggettivamente dai cittadini e l’incidenza o la concentrazione misurata di eventi criminali o di semplice degrado urbano.
Se la prima è difficilmente misurabile e assolutamente influenzabile dai sistemi di comunicazione, la seconda può invece essere rigorosamente valutata attraverso gli strumenti di misurazione in dotazione al Ministero dell’Interno. Si tratta di strumenti di misurazione solidi e proceduralizzati che sono arrivati, nelle ultime versioni, a geolocalizzare i reati e a rappresentarli graficamente sotto forma di ‘macchie di calore’. Detto questo, resta il fatto che se chi si occupa di sicurezza non vuole o non può distinguere i due piani, si generano confusione e allarme nei cittadini e nell’opinione pubblica.
Entrando nel merito, andiamo a definire quali sono i beni pubblici sottesi alla ‘questione sicurezza’.
Ci riferiamo ai beni pubblici in senso stretto, in quanto dalla definizione normativa degli stessi discendono il potere decisionale e le connesse competenze e responsabilità dell’azione di difesa. I due beni pubblici in questione sono l’ordine pubblico e la sicurezza urbana, entrambi ben delimitati dalla legge.
L’ordine pubblico viene definito come il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi primari sui quali si regge l’ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale, comprendente la sicurezza delle istituzioni, dei cittadini e dei loro beni.
La sicurezza urbana viene invece definita come il bene pubblico afferente alla vivibilità e al decoro delle città, perseguito tramite la riqualificazione urbana, la prevenzione della criminalità, l’inclusione sociale e la coesione civile.
Quali sono le responsabilità? Chi deve fare cosa? Cosa può e deve fare un sindaco? E la polizia municipale? Cosa le altre istituzioni e le forze dell’ordine?
Una volta comprese le differenze tra i beni pubblici è facile ricavare il regime delle competenze e delle sottese responsabilità: dell’ordine pubblico risponde il governo, che lo gestisce attraverso autorità gerarchicamente organizzate che ne sono a diverso titolo responsabili, e quindi il Ministro dell’Interno, il Prefetto e il Questore. Il Ministro dell’Interno è Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza, è quindi il responsabile supremo dell’ordine e della sicurezza pubblica in Italia, ha l’alta direzione dei servizi di polizia, coordina le forze dell’ordine, adotta provvedimenti di tutela e assicura l’uniformità delle politiche di sicurezza sul territorio, avvalendosi dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza. Il Prefetto, in qualità di autorità provinciale di pubblica sicurezza e rappresentante del Governo sul territorio, ha la responsabilità primaria dell’ordine e della sicurezza pubblica nella provincia di competenza. Dipendente dal Ministero dell’Interno, il suo ruolo si concentra sull’attività politico-amministrativa, di coordinamento e di supporto. Egli coordina le Forze di Polizia e definisce le linee guida per la sicurezza. Il Questore, invece, è l’autorità tecnica di pubblica sicurezza, sempre a livello provinciale ed è subordinato funzionalmente al Prefetto ma con autonomia decisionale operativa. I suoi compiti riguardano principalmente la pianificazione, la gestione tecnica e il coordinamento operativo delle forze di polizia. Dirige tecnicamente tutti i servizi di ordine e sicurezza pubblica nella provincia.
Cambiano completamente compiti, attribuzioni e responsabilità con riferimento alla Sicurezza Urbana che, come detto, si identifica con il decoro e la vivibilità delle città. In questo caso la responsabilità principale cade sugli Enti Locali, principalmente i comuni, e quindi sui Sindaci.
Quindi della repressione dei reati, della difesa delle frontiere, della sicurezza delle istituzioni e della libertà civili risponde il Governo attraverso le sue autorità, mentre del decoro e della vivibilità delle città rispondono essenzialmente i Comuni per mezzo dei Sindaci eletti.
Il nostro sistema normativo però non si limita a spartire competenze e responsabilità. È risultata evidente, specialmente negli ultimi 20 anni, una forte interferenza tra i due beni protetti, l’Ordine Pubblico e la Sicurezza Urbana, anche con riferimento a quella che abbiamo chiamato sicurezza percepita.
A tale proposito faccio un esempio concreto. Dato un quartiere di una qualsiasi città, ipotizziamo che in un punto non nascosto un gruppo organizzato avvii un’azione di spaccio, ‘occupando’ stabilmente uno spazio pubblico. È lecito aspettarsi che tale attività vada a modificare la composizione delle frequentazioni, peggiorando la vivibilità e il decoro, mentre, paradossalmente, migliora la controllabilità di quello stesso spazio a favore del gruppo delinquenziale. Ora, per spezzare questa spirale di degrado, un approccio semplicemente poliziesco non sarebbe risolutivo. Infatti, se quello spazio continuasse a essere isolato e degradato il gruppo criminale, anche se messo fuori gioco, verrebbe rapidamente sostituito da altri, parimenti attirati da un luogo ritenuto idoneo all’attività di spaccio.
Da questo genere di considerazioni nasce l’idea di quella che, nel nostro ordinamento, viene chiamata ‘sicurezza integrata’, ovvero un sistema unitario di interventi coordinati tra Stato, Regioni ed Enti locali, volto a promuovere la sicurezza urbana e il benessere della comunità.
Non si tratta solo di repressione, in quanto sono previste anche azioni di riqualificazione urbana, coesione sociale e scambio informativo, valorizzando il ruolo del Sindaco e della Polizia Locale. La sicurezza integrata è quindi un modello di governance e gestione che unisce le competenze di diversi attori istituzionali (Prefetto, Sindaco, forze di polizia) e tecnologie avanzate per tutelare l’ordine pubblico, il decoro e la vivibilità urbana.
Cosa ne pensa delle zone rosse? Quali sono a suo avviso i benefici e quali i limiti?
Vorrei fare una puntualizzazione sul metodo con cui si dovrebbe affrontare, soprattutto, il tema sicurezza. Occorre su questo e altri temi osservare laicamente i fenomeni, senza fare ricorso a certezze ideologiche o di principio. L’unico limite che ci si deve porre è quello che ci dettano le leggi nazionali, le norme dell’Unione e la nostra Costituzione.
Detto questo, è opportuno chiedersi cosa siano in concreto le zone rosse. Sono semplicemente delle aree ben delimitate in cui le autorità di Pubblica Sicurezza, insieme agli enti locali, nel nostro caso il Comune, decidono di avviare un’azione coordinata, concentrata nel tempo e nello spazio, in una specifica porzione di territorio.
In pratica, scusatemi se utilizzo una fraseologia guerresca, chi decide di applicare questa tattica applica un principio che nella letteratura militare viene chiamata ‘concentrazione temporanea della forza’ che serve a soverchiare l’avversario, raggiungere l’obiettivo programmato e riorganizzarsi in vista di un obiettivo più avanzato. Nel nostro caso l’obiettivo più noto è il miglioramento delle condizioni di sicurezza della Stazione Termini. Da qui deve partire la valutazione, sia della tattica astratta che del risultato concreto. Questo sforzo, così come è attuato, ha raggiunto o sta raggiungendo i suoi obiettivi? La risposta non deve essere eccessivamente complicata. O sì o no.
Ma prima ancora occorre chiedersi qual è l’obiettivo? Migliorare la sicurezza misurata, quella che deriva dal computo dell’andamento della delittuosità o quella percepita vale a dire dalla percezione di sicurezza dei cittadini in quel dato luogo? Io, da tecnico, direi entrambe.
Purtroppo, non abbiamo a nostro ausilio i dati sull’andamento della delittuosità nell’area interessata dal programma, mentre è assolutamente opinabile qualsiasi rilevamento sulla percezione, per cui non possiamo comprendere a pieno quali siano stati i risultati raggiunti.
Cosa ne pensa della presenza dell’Esercito alla Stazione Termini e al Colosseo?
I militari sono essenziali per realizzare questa concentrazione temporanea delle forze, senza alterare l’organizzazione ordinaria delle forze dell’ordine territoriali. Si integrano i militari nel dispositivo per alleggerire le forze ordinarie. Sia chiaro, dico questo per sgomberare il campo da ogni valutazione preconcetta, la presenza organizzata dell’esercito nelle strade del Paese risale ormai al 2008 con l’operazione Strade sicure. È un dato acquisito nella prassi di sicurezza del nostro Paese. Io stesso ho avuto modo di operare con i nostri militari anche in attività di controllo del territorio. In quell’occasione fui colpito dalla loro disciplina, organizzazione ed efficacia.
Ovviamente la direzione dell’attività deve essere fortemente diretta dalla Pubblica Sicurezza ma, data questa pietra angolare, non vedo alcun problema in un contributo militare, ma solo una opportunità.
Come giudica la situazione romana, Roma è pericolosa per i cittadini? Cosa si dovrebbe migliorare?
Anche qui occorre scindere la questione tra percezione e misurazione. Vorrei poter disporre dei dati di flusso e non di una percentuale astratta di diminuzione o di aumento, da declamare in un comunicato stampa rilanciato da uno o più media, per poterle dare una risposta.
Quanto alla sicurezza percepita, questa non ha strumenti di misurazione, non esistono dati o più o meno ufficiali, è per definizione volatile e può essere piegata a piacimento.
A tal proposito vorrei rimarcare una cosa. Per convenzione tutti noi, riferendoci alla percezione di sicurezza, facciamo riferimento a ciò che percepisce il cittadino elettore. Certo, questo punto di vista è importante; dimentichiamo che la principale percezione è quella del soggetto predatore.
È quella che dovrebbe onestamente preoccuparci, è quella che influisce direttamente sui flussi predatori. Un predatore professionalizzato orienta la sua azione dove si sente più sicuro (di farla franca).
Se la sua percezione non cambia, nessuna concentrazione di forze influenzerà l’andamento della criminalità.
Cosa possono fare i cittadini singoli e associati, oltre a fare esposti, denunce, segnalazioni, proteste?
Sarò diretto, possono solo sviluppare un atteggiamento critico rispetto a ciò che emerge. Possono cercare di capire se quello che si fa da parte delle istituzioni ha l’esito sperato; questo perché la sicurezza, in senso stretto o esteso, è un diritto. Questa cosa funziona? Benissimo. Non funziona? Allora l’azione di sicurezza o chi la attua non è all’altezza della sfida.
Le sensibilità sono diverse, anche da parte dei cittadini. C’è chi pensa che controllo e repressione siano le migliori soluzioni contro gli scippi, lo spaccio, i furti, il danneggiamento ai mezzi di trasporto privato (per esempio i finestrini spaccati). C’è chi unisce in un unico calderone problematiche sociali e sanitarie, legate a povertà, dipendenze, immigrazione, con quelle della sicurezza. C’è chi ritiene che le cose vadano di pari passo e i problemi vadano affrontati a 360 gradi per ottenere risultati soddisfacenti. Quale potrebbe essere l’approccio più corretto?
La visione a 360 gradi è quella necessaria, ma non è di per sé sufficiente. Occorre sfilarsi le lenti dell’ideologia e afferrare saldamente la lente d’ingrandimento dirigendola sui fatti. Solo un atteggiamento laico, scientifico, assolutamente pragmatico può fornire a chi si avvicina alla questione sicurezza uno strumento efficace. A maggior ragione, quando questa si presente particolarmente complessa come la sicurezza.
Faccio un esempio: può accadere che una sanità psichiatrica in difficoltà lasci senza copertura persone in sofferenza, che possono manifestare all’improvviso il loro disagio in maniera violenta o pericolosa. Io stesso, in tanti anni di operatività ho corso il rischio maggiore confrontandomi con persone afflitte da grave disagio psichiatrico. Immaginiamo che per uno o più motivi persone afflitte da patologie di questo genere, senza alcuna copertura sociale o sanitaria, si aggreghino in zone particolarmente degradate o a controllo attenuato.
Questa criticità non può essere affrontata con un approccio puramente ‘muscolare’: i servizi vanno coordinati con il settore sanitario e con quello sociale. Anche questa, come vede, è una ‘concentrazione temporanea delle forze’ e l’unico discrimine che occorre tener presente è questo: il piano così congegnato migliora la situazione? La risposta è semplice ‘sì o no’.
La stessa interferenza la ritroviamo tra il tema delle dipendenze e la sicurezza.
È chiaro, almeno per me, che nessun approccio puramente militare o rozzamente securitario può funzionare da solo in un quadro così complesso. Aggiungo che questa impostazione è segretamente condivisa anche da chi sbandiera una politica puramente muscolare. Ma la complessità non paga comunicativamente.
Anche sul tema della percezione, fortemente legato alla questione sicurezza, c’è parecchio dibattito. L’insicurezza, che produce rabbia, paura e risentimento generalizzato, è percepita o reale?
È assolutamente vero, le persone quando hanno paura diventano cattive, non ragionano. Forse qualcuno ha fatto questa scommessa in chiave comunicativa e di offerta politica. Quando si capitalizza un consenso su queste basi occorre dare risposte, anche solo sul piano comunicativo ma poi c’è sempre un tempo in cui dalle parole occorre passare ai fatti e rispondere alla domanda: la situazione è migliorata? E rispondere alla stessa con un sì o con un no.
Ci sono poi le questioni più gravi legate al crimine, alla presenza delle mafie specialmente nei circuiti del commercio e, forse, della ristorazione e dell’ospitalità. Su questo i cittadini possono poco, ma ne risentono molto anche per gli effetti nel tessuto cittadino e rionale.
Le mafie sono come un cancro che uccide le città. Uccidono inquinando la rappresentanza politica. Deviano le attività economiche verso un modello distruttivo e arrivano a uccidere la terra quando si occupano del traffico di rifiuti. In una città grande e ricca come Roma hanno solo l’imbarazzo della scelta. La questione morale è la linea avanzata di resistenza contro un nemico così forte e aggressivo, ma su questo temo non ci sia ancora la necessaria unità.
Cito, a tale proposito, la recente abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Un errore, a mio parere.
A chi può rivolgersi il cittadino quando è in difficoltà?
Sicuramente al 112, il numero unico di emergenza. Per farlo in maniera efficiente però occorrerebbe formare in maniera diffusa la cittadinanza. Chiedere aiuto in genere non è semplice ma farlo in caso di pressante emergenza può essere un’impresa apparentemente impossibile.
