Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 17)
di Beatrice Barbalato
«Io posso scrivere della Russia solo stando a Roma…». In questa affermazione del 1841, incisa sul piedistallo della statua a Villa Borghese, è racchiuso il senso più profondo del rapporto di Gogol’ con la Città Eterna. Roma non fu per questo straordinario scrittore soltanto una meta del Grand Tour o un rifugio artistico, ma il luogo in cui trovò quella calma interiore che gli permise di osservare con maggiore lucidità la propria patria e di portare a compimento il primo volume delle Anime morte (1842).
Scendendo da via Sistina percorreva il Corso, raggiungeva il Colosseo, il Pincio e sostava davanti a Santa Maria Maggiore. «Abito vicino a Santa Maria Maggiore, e ogni giorno vi passo davanti, [da qui] viene una luce che mi rincuora, una sacra penombra» (1838). Per Gogol’ i monumenti romani non erano oggetto di studio filologico, ma esperienze interiori, luoghi che parlavano all’anima prima ancora che alla storia.
Fu proprio nella quiete del monastero romano che maturò una riflessione sempre più profonda sulla Russia. Mentre con ironia stigmatizzava i comportamenti della burocrazia russa, vedeva in Roma una bellezza atarassica: come nel racconto Roma del 1842. In questa visione confluivano anche i Nazareni, amati da Gogol’ per la loro pittura tersa, ispirata al Beato Angelico, a Signorelli e ad altri maestri, dove il tempo è sospeso, e dove arte e fede camminano insieme. La figura dell’artista monaco è tratteggiata ne Il ritratto, 1842.
Il tema della calma ritorna con insistenza nell’Epistolario di Gogol’ e rimanda a una dimensione più ampia della letteratura russa, dove il viaggio interiore non coincide con la ricerca della felicità, ma con quella del riposo dell’anima. Tolstoj ne offre una delle espressioni più alte; e le icone russe, con la loro ipostaticità, non contemplano il fluire del tempo. Bulgakov farà dire a Levi Matteo, riferendosi al Maestro e a Margherita: «Non hanno meritato la luce, hanno meritato il riposo» (1940). Così Sonja, in uno degli ultimi passaggi del dramma, si rivolge a Zio Vanja, provato da mille sofferenze: «Noi ci riposeremo» (A. Čechov, 1899). Nel film Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi (2022), la Sonja di Zio Vanja è un’attrice sorda-muta che interpreta questa battuta con gesti avvolgenti, delineando nell’aere una silenziosa, cosmica accettazione della vita.
La Roma di Gogol’ nasce anche dall’incontro con luoghi meno celebrati. Nei secoli del Grand Tour, Stendhal distingueva le rovine maggiori del Colosseo e del Foro da quelle minori, ancora prive di un’identità certa, disseminate nel paesaggio romano. In Promenades dans Rome (1829) annotava: «Il cosiddetto tempio di Minerva Medica è una rovina assai singolare, isolata in mezzo alle vigne». Anche William Turner, presente a Roma negli stessi anni, dipingeva cupole, archi e ruderi in forme che declinano la luce più che in monumenti riconoscibili.
Le rovine dell’Esquilino, immerse tra vigne e orti, alimentavano il gusto romantico per l’indefinito e per ciò che sfuggiva alle classificazioni archeologiche. Ma mentre per molti viaggiatori esse evocavano soprattutto la nostalgia di un passato perduto, per Gogol’ diventavano il paesaggio di una riconciliazione interiore. Camminando verso Santa Maria Maggiore o sostando tra quelle vestigia senza nome, egli non cercava soltanto le tracce della storia di Roma: vi ritrovava qualcosa della propria anima e, proprio attraverso Roma, imparava a comprendere più profondamente la Russia.
