Esquilino – Il giornale del rione (trimestre gen-mar 2026 – numero 3 – pagina 9)
È l’alba. A Piazza Vittorio Emanuele II gli spazzini muovono le loro scope nere sul pavimento. Piccole sagome si svelano agli angoli. Passa un tram, scarica i passeggeri e riparte. Mettiamo a fuoco due figure un po’ spaesate: sono un padre e suo figlio e cercano una bicicletta.
È facile emozionarsi davanti a un capolavoro come Ladri di biciclette. E per chi vive all’Esquilino c’è anche quel gusto in più nel vedere la piazza com’era nel dopoguerra. Del resto, uno degli aspetti più emozionanti del cinema è il suo valore documentale. Per sua stessa natura, l’oggetto film immortala un mondo che, a distanza di anni, ci racconta come eravamo.
Nel caso del film di Vittorio De Sica del 1948, il protagonista, derubato della bicicletta che gli permette di lavorare, va a cercarla tra i banchetti del mercato, che per decenni è stato in piazza. La scena ci racconta di un mercato animatissimo, abitato da piccoli e grandi commercianti che tirano fuori le bici in vendita dagli alti portoni sotto il portico. Negozi di valigie, orologiai, l’edicola con le foto delle dive: immagini lontane, ma al tempo stesso riconoscibili, un po’ come quando ritroviamo una foto della nonna da ragazzina, così diversa, eppure sempre la stessa. Ai bordi delle inquadrature, il giardino, maestoso come sempre con i suoi alberi alti, incurante del piccolo, grande dramma del protagonista.
Così, presa dalla bellezza immortale di Ladri di biciclette, mi viene voglia di cercare ancora, di scandagliare tra i titoli della storia del cinema italiano, per ricostruire una traccia documentale di Piazza Vittorio e trovare immagini che ci raccontino i tanti abiti dismessi del mercato e del giardino.
Quella tra il cinema e l’Esquilino è una storia d’amore che dura da sempre. Negli ultimi vent’anni poi, le storie si sono arricchite di senso proprio perché ambientate nel quartiere: L’orchestra di Piazza Vittorio (2006); Good morning Aman (2009); Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (2010), Grosso guaio all’Esquilino (2024) e il ben più noto La città proibita (2025). Sparsi frammenti della piazza e del quartiere, più o meno come la conosciamo oggi: non mi basta.
Tornando indietro, ripenso a Risate di gioia di Mario Monicelli del 1960, in cui una biondissima Anna Magnani si aggira per Piazza Esedra prima di incontrare Totò, che alloggia in un albergo di via Marsala tutt’ora esistente. Nel film compare anche via Giolitti e il suo sottopassaggio sempre uguale, tetro e austero, con le colonne giganti. Una menzione d’onore va a Parigi o cara del 1962, di Vittorio Caprioli, in cui viene immortalata l’usanza di benedire gli animali domestici sul sagrato della chiesa di Sant’Eusebio.
Ma io cerco Piazza Vittorio. Con un passo un più, sono negli anni Settanta. In quel periodo turbolento, il cinema si affanna a elaborare la violenza con diversi gradi di sofisticazione. In Roma Violenta (1975) vedo finalmente spuntare di nuovo la piazza sommersa di baracche, mentre il commissario protagonista insegue una banda di ladri violenti.
Devo risalire al 2000 per trovare immagini che indugino sul mercato. È un abitante dell’Esquilino, Matteo Garrone, a portarmi con Estate romana tra i banchi del mercato nella sua ultima veste: le impalcature di metallo verde, immerse in un mare di rifiuti, a un passo dai binari del tram: frutta caduta e marcita, cassette di legno, carte e giornali che vorticano a terra. Ancora una volta, mi sembra che il tempo passi senza modificare l’essenziale: il giardino e i suoi alberi sono sempre lì, come l’umanità varia che vi si aggira.
Era forse quella stessa umanità che cercava Abel Ferrara quando ha deciso di girare il suo documentario Piazza Vittorio: un film che ha le ingenuità tipiche di chi sente il fascino di un luogo, senza coglierne, in alcun modo, la vera natura.
Piazza Vittorio mostra i giardini come erano prima degli ultimi lavori di riqualificazione e ha almeno un indubbio valore documentale: immortala l’ennesima veste dismessa dalla piazza.
L’immagine più bella del film è quella delle signore in panchina, sorridenti, che insistono che ‘è proprio un bel quartiere’. E che ‘una piazza senza bambini che giocano, non è una piazza’. Ridono divertite, cantando vecchie canzoncine e dando un calcio a un pallone entrato per caso nell’inquadratura. Guardandole, penso a una bella frase di Italo Calvino, da Le città invisibili: ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo.
di Ofelia Catanea
