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Il Sudan all’Esquilino, aria di casa nel cortile della scuola Di Donato

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2026 – numero 5 – pagina 14)

All’Esquilino non esiste una vera e propria comunità sudanese. O almeno non nel modo in cui si immaginano di solito le comunità migranti: un quartiere di riferimento, negozi, luoghi di ritrovo, una presenza facilmente riconoscibile nello spazio urbano. I sudanesi che vivono a Roma sono relativamente pochi e abitano in zone diverse della città. Eppure una presenza sudanese all’Esquilino c’è, e da molti anni trova alcuni dei suoi punti di incontro nella scuola Di Donato e nel Polo Civico.

A tenere vivo questo legame è stata anche Alessandra Cutolo. Regista, napoletana di nascita ed esquilina d’adozione, il suo rapporto con il Sudan nasce da un’esperienza vissuta direttamente a Khartum, dove nel 2019 aveva realizzato un laboratorio teatrale e uno spettacolo ispirati a La stagione della migrazione a Nord di Tayeb Salih, uno dei grandi classici della letteratura sudanese contemporanea.

Tornata a Roma ha capito che quell’esperienza non si concludeva con il viaggio. Alla Di Donato, insieme ad Adam Bosch, giovane mediatore sudanese di Legal Aid, lo sportello legale di Spin Time, ha riproposto quell’esperienza teatrale, trasformandola in un’occasione di incontro tra il quartiere e una comunità spesso poco visibile. Negli anni ha inoltre animato al Polo Civico diverse iniziative dedicate al Paese, contribuendo a mantenere aperto uno spazio di attenzione nel dibattito pubblico italiano. Tra queste, la proiezione di Sudan Remember Us, il documentario di Hind Meddeb del 2024 dedicato alla rivoluzione sudanese. Un appuntamento che ha mostrato come il conflitto non si arresti ai confini del Paese: durante l’incontro, tra alcuni dei sudanesi presenti si accese una discussione che rifletteva le divisioni e le contrapposizioni ancora vive all’interno della diaspora.

Ma esiste anche una trama più discreta di relazioni che da anni si rinnova nel cortile della Di Donato. Qui, ogni sabato, si ritrova un piccolo gruppo di donne sudanesi, attorno alla scuola di arabo, o in occasione di tante altre iniziative poco note che rendono comunque l’Esquilino un posto in cui anche chi non risiede trova casa. Alcune vivevano nell’edificio occupato di viale delle Province, sgomberato nel 2022. Oggi abitano in alloggi popolari assegnati in quartieri lontani dal centro, ma continuano a tornare. Negli anni hanno partecipato alle iniziative del rione, organizzato degustazioni durante feste e incontri pubblici, sostenuto campagne di solidarietà. Come quando tre giovani sudanesi sopravvissuti alla traversata dalla Libia e soccorsi dalla Ocean Viking furono accusati ingiustamente di essere scafisti. Durante la loro detenzione a Poggioreale, raccolsero e inviarono vestiti e beni di prima necessità, seguendo da vicino il processo che li avrebbe poi scagionati.

Se il gruppo di donne sudanesi si ritrova qui ogni sabato, per Sh. la Di Donato è diventata qualcosa di più di un punto d’incontro. Quando la incontro nel cortile indossa un velo dalle sfumature verde e pesca che sembrano assorbire la luce del pomeriggio.

Lavora in ludoteca dal 2018, ma il suo rapporto con questo luogo è iniziato molto prima. Alla Di Donato era arrivata come madre, quando cercava una scuola capace di aiutare i figli a recuperare una lingua quasi dimenticata. È rimasta perché attorno alla scuola ha trovato qualcosa di raro in una grande città, un luogo in cui le relazioni non si esauriscono nel servizio che si riceve, ma continuano nel tempo, diventando amicizie, mutuo aiuto e appartenenza.

«Quando sono arrivata stavo male» racconta. «C’erano pochissime famiglie sudanesi e abitavano lontano. Mi sentivo molto sola».

È arrivata in Italia nel 2002, raggiungendo il marito, che aveva già lasciato il Sudan molti anni prima. Prima la Grecia, poi Napoli, infine Roma. Oggi, osserva sorridendo, ha vissuto in Italia quasi più tempo che nel proprio Paese.

I loro tre figli sono nati tutti a Roma. Per qualche anno, però, hanno studiato in Sudan. Una scelta fatta per permettere loro di imparare l’arabo e mantenere un rapporto con le proprie origini. Quando sono tornati in Italia, il problema è diventato l’italiano.

«Avevano dimenticato la lingua» racconta. «Rischiavano di rimanere indietro a scuola».

A suggerirle la Di Donato è un’amica olandese sposata con un italiano. All’inizio non ne è convinta. Vicino a casa c’è una scuola elementare molto più comoda e raggiungerne un’altra significa attraversare mezza città. Ma accetta di provare.

«Venivo quasi arrabbiata» ricorda. «Pensavo che fosse tutto più complicato del necessario».

Poi, poco alla volta, cambia idea. Ah., il maggiore dei figli, riesce a recuperare il ritardo accumulato e a passare regolarmente alle scuole medie. Intorno ai bambini nascono amicizie, relazioni, occasioni di incontro.

«Adesso questa scuola è una famiglia» dice. «Ci fermiamo a parlare, portiamo il tè, il caffè, i dolci. Quando invito al Matibag* i miei amici sudanesi, rimangono tutti stupiti. Vedono persone che si aiutano tra loro, genitori, ragazzi, educatori. Se qualcuno è in difficoltà, gli altri cercano di sostenerlo». Per una giornata, anche loro finiscono per sentirsi parte di quella rete di relazioni costruita negli anni attorno alla scuola.

Intanto il Sudan continua a occupare un posto importante nella vita della famiglia. I contatti con i parenti non si sono mai interrotti. Negli ultimi anni le telefonate sono state spesso l’unico modo per seguire le conseguenze della guerra. Una delle sorelle di Sh. è rimasta per lungo tempo senza elettricità e con collegamenti sempre più difficili. Altri parenti hanno lasciato le proprie case. Alcuni stanno tornando soltanto adesso.

«Se non ci fosse la guerra il mio Paese sarebbe bellissimo» dice. «C’è il mare, c’è il Nilo, c’è la terra. Ci sarebbe tutto».
Ah., il figlio maggiore, oggi ha ventidue anni. Studia Lingue all’università e lavora al doposcuola della Di Donato, negli stessi spazi che lo accolsero quando arrivò in quinta elementare senza sapere leggere né scrivere in italiano.

La sua storia è diversa da quella di molti ragazzi arrivati in Italia negli ultimi anni. Non è figlio di una fuga dalla guerra. Il padre era partito molto prima, per cercare lavoro e costruirsi una vita autonoma. Del Sudan Ah. conserva pochi ricordi. Uno però gli torna spesso in mente: i pomeriggi trascorsi davanti casa con i cugini, senza fare nulla di particolare. «Si stava lì» racconta. «Qua quando esci hai sempre qualcosa da fare. Lì era semplicemente stare insieme».

Un ricordo semplice, quasi difficile da spiegare. Il tempo trascorso davanti all’ingresso di casa, senza programmi e senza appuntamenti.

Forse non è un caso che una parte importante della sua vita si sia svolta in un altro cortile. Quello della Di Donato, dove ha studiato, giocato e dove oggi lavora.

Quando gli si chiede come viva la propria identità, la risposta arriva senza esitazioni. Dice di sentirsi romano, ma di tenere molto alla lingua araba e alla religione. Se qualcuno gli domanda da dove viene, spesso risponde “Sudan” perché è la risposta che gli altri sembrano aspettarsi.

Poi ci pensa un momento e aggiunge: «In realtà non è una domanda che mi faccio, è più un problema esterno che mio».

 

* Si tratta di “Una città a misura delle bambine e dei bambini” manifestazione attiva dal 2006 per la promozione dello sport e della sicurezza stradale, organizzata dall’Associazione Genitori “Di Donato” e dall’Esquilino Basketball e dedicata alla memoria di Mark Christian Matibag e Lavinia Moreschi.

Palmira Pregnolato
Palmira Pregnolato
Editrice e sinologa, all’Esquilino ho trovato una rete di persone preziose e affinato lo sguardo con cui leggo il mondo