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Sudan: una guerra dimenticata e un’antichità da riscoprire

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2026 – numero 5 – pagina 15)

di Emanuele M. Ciampini*

Da poco più di tre anni, le news menzionano il Sudan per il sanguinoso conflitto che sta devastando il Paese: la prima vittima è certo la popolazione civile, cui però se ne possono aggiungere altre, meno visibili, ma non per questo meno importanti. Tra queste c’è il patrimonio culturale, testimonianza di un passato prezioso e fragile, cui da tempo si interessa l’archeologia, portando alla luce le vestigia di culture e regni tra i più antichi d’Africa.

Nata sulla scia della riscoperta delle antichità egizie, l’archeologia del Sudan ha avuto accelerazioni a seguito di progetti impegnativi, come quello Unesco, nato per il salvataggio dei siti minacciati dalle acque del Lago Nasser. Al progetto Unesco si lega la nascita di una missione archeologica che lavora in uno dei più celebri siti dell’intero Sudan, corrispondente all’antica città di Napata.

Nel 1973, al termine di un cantiere di salvataggio presso il Lago Nasser, Sergio Donadoni, professore di Egittologia alla Sapienza, scelse di aprire uno scavo ai piedi del Jebel Barkal, la montagna che domina ancora adesso il settore cerimoniale di Napata. Il cantiere divenne uno dei pilastri dell’archeologia italiana in Sudan e da allora ha garantito una presenza regolare che si è bruscamente interrotta dopo l’ultima missione del 2022. Ad aprile 2023, infatti, lo scoppio della guerra ha interrotto tutte le attività di ricerca che si erano portate avanti negli anni e che avevano consentito ad archeologi italiani e sudanesi di lavorare insieme in un contesto di indubbio interesse.

Sito archeologico di Jebel Barkan. Immagine fornita dal prof. Ciampini

Lo scavo italiano ha contribuito in modo determinante alla ricostruzione di un sito monumentale di cui non si aveva precedentemente contezza; anno dopo anno, la ricerca ha delineato il profilo di un insieme di edifici, dominato da un palazzo regale attribuito al re Natakamani, datato al I sec. d.C., periodo corrispondente alla piena fioritura del Regno di Meroe.

Nel tempo, la missione si è avvalsa di nuove metodologie per l’acquisizione dei dati, come il digitale e l’uso di droni, trasformando radicalmente quella che era una pratica tradizionale di indagine. Le ricostruzioni digitali si sono poi accompagnate a lavori di divulgazione, come un fumetto edito in più lingue, tra cui l’arabo: ciò ha permesso una maggiore diffusione dei risultati della ricerca tra i visitatori del sito e soprattutto nelle comunità locali e nelle scuole.

La comunità locale di Karima (il moderno centro abitato nato a ridosso dell’area archeologica) è coinvolta nell’attività della missione, sia come destinataria dell’attività di disseminazione che soprattutto per l’attività di scavo vera e propria: numerosi operai che collaborano al cantiere sono originari di questa cittadina, insieme a un altro gruppo di origine beduina che vive in un villaggio non lontano dal Jebel Barkal.

Il lavoro a stretto contatto con persone del posto ha contribuito nel tempo a creare un legame che si concretizza anche in rapporti sociali, che portano anche a momenti conviviali. Al di là del compito di diplomazia culturale regolarmente attribuita a una missione archeologica, il tempo del cantiere è quindi un modo di vivere un Paese avendone un contatto diretto: la stessa città di Karima viene vissuta dai membri della missione, ad esempio con il locale suq, regolarmente frequentato per la spesa quotidiana, o i caffè dove si può apprezzare lo stile di vita del posto.

In vista dei prossimi impegni (ricordiamo che nel 2028 si terrà a Roma il Congresso internazionale di Studi Meroitici, che vedrà la partecipazione di colleghi da tutto il mondo, impegnati nella ricerca in Sudan), il pensiero va ancora una volta verso un Paese affascinante e ricco di cultura, ora ufficialmente precluso, ma che spero possa in tempi brevi aprirsi a un nuovo periodo di pace.

 

*Professore di Egittologia – Sapienza Università di Roma. Dal 2011: Direttore della Missione Archeologica Italiana in Sudan – Jebel Barkal