Esquilino – Il giornale del rione (trimestre apr-giu 2026 – numero 4 – pagina 8,9)
Quando la bolla edilizia portò crisi e povertà la piazza buia divenne rifugio dei senzatetto. Chi aveva un tetto percepiva insicurezza
Nell’agosto del 1884, Roma viveva una situazione di profondo malessere per la crisi economica che già da mesi imperversava. Si era manifestata quasi all’improvviso, dopo il boom economico della fine degli Anni Settanta dell’Ottocento che aveva alimentato la grande speculazione edilizia con la febbre del facile guadagno e attirato a Roma migliaia di persone d’ogni condizione – tra questi ‘una moltitudine di gente senza arte né parte’ che si erano improvvisati costruttori, ‘abbagliati dalla visione di guadagni subiti e favolosi’.
Dopo un periodo di facile arricchimento, alimentato da un giro vorticoso di cambiali, infatti, la bolla edilizia inesorabilmente era deflagrata e la crisi economica era diventata inevitabile: le banche avevano diradato i crediti, i cantieri edili si erano fermati, gli operai erano stati licenziati, i disoccupati erano scesi in piazza facendo dimostrazioni di protesta anche violente. Si viveva una situazione di estrema povertà soprattutto tra i lavoratori di recente immigrazione che avevano lasciato la campagna nell’illusione di un lavoro dignitoso nei tanti cantieri edili organizzati alla buona da un giorno all’altro.
Una spianata senza lampioni
A Piazza Vittorio Emanuele, nella nuova Roma che si organizza, con ancora i cantieri aperti, soprattutto dal lato di via Carlo Alberto, buona parte dei fabbricati porticati, completati da poco, sono già dati in affitto dai costruttori. Si vive in una situazione di disagio perché le strade che immettono nella piazza, e la piazza stessa, ancora un’immensa landa pianeggiante, non sono selciate, non esistono marciapiedi né illuminazione pubblica. Favorita dall’oscurità, sotto i portici si accampa disordinatamente la povera gente che bivacca la notte in improvvisati giacigli.

L’appalto per la pavimentazione dei portici dei palazzi verrà assegnato soltanto nell’ottobre 1884 e
completato nell’agosto 1885, mentre l’illuminazione pubblica, con la posa in opera di 52 fanali verrà ultimata nel gennaio 1885. Gli inquilini dei palazzi si lamentano con i loro ‘padroni di casa’ e questi, a loro volta, fanno pressioni sul sindaco perché si voglia ‘benignare di far mettere un qualche lampione a petrolio in mezzo alla piazza’ per tutta la sua lunghezza ‘essendo durante la notte nell’oscurità perfetta’.
Immigrati che occupano e cittadini che protestano
E come purtroppo spesso accade, nei momenti di crisi economica, soprattutto negli ambienti piccolo borghese, scatta l’egoismo sociale. Da più parti si continua a chiedere al Comune di ‘far maggior sorveglianza a tutela della pulizia e dell’igiene’, di lastricare i marciapiedi o almeno di intervenire con lastre o ciottoli nei ‘passaggi più frequentati’, di mettere ‘qualche lampione in più in alcune strade nuove’ – almeno uno nella vasta piazza per essere come ‘un faro pei naviganti a piedi che hanno la sventura di dovere transitare per quel mare, oasi o che so io, di notte’.
Piazza Vittorio Emanuele, concepita sin dal 1871 come luogo centrale in asse con la Strada Felice, a metà strada tre le basiliche di Santa Croce in Gerusalemme e di Santa Maria Maggiore, è ancora un enorme sterrato fangoso in attesa di essere sistemato per diventare la grande piazza giardino da dedicare al re sabaudo Padre della Patria.
Nel 1884, nell’area della piazza, dopo un intervento massiccio di demolizione con il livellamento del piano stradale, resta ancora in piedi dal lato verso via Conte Verde quel
La Casa Tonda prima dei lavori di Piazza Vittorion (Museo di Roma) che era stata dall’epoca medievale la
cosiddetta Casa Tonda, un sepolcro monumentale di epoca romana del 1° secolo a.C. realizzato per accogliere le spoglie di qualche personaggio di rango dell’antica Roma repubblicana.
Posto poco fuori Porta Esquilina, lungo una delle strade suburbane che attraversavano il territorio esquilino, il monumento sepolcrale era formato da un massiccio corpo circolare, innalzato su una base a pianta quadrata. Come altri manufatti analoghi di grandi dimensioni, era articolato secondo strutture murarie cruciformi in grado di costituire ampie volumetrie interne, cosa che permise in epoca successiva di essere facilmente trasformato in casa di abitazione, perdendosi poi la memoria delle sue origini sepolcrali. Nel catasto rustico urbano del 1871 la casa risultava censita come ‘Casa con corte ad uso dell’orto e pollajo’ nel fondo rustico di proprietà del principe Altieri.
Rientrando con tutte le sue pertinenze all’interno del perimetro della piazza, la Casa Tonda era stata sottoposta a espropriazione per pubblica utilità e seriamente compromessa durante i lavori di livellamento della piazza negli anni 1873-1874. Adesso, nell’agosto 1884, continuando l’opera di sistemazione, l’Amministrazione comunale assegna all’impresa di Giovanni Lelli l’appalto per la demolizione della Casa Tonda, che ormai si trova ai margini della spianata, ridotta a un rudere abbandonato di cui si è persa ogni memoria storica.

Completata la messa in opera del cantiere, approssimandosi le festività del Ferragosto, i lavori vengono sospesi per qualche giorno, restando la Casa incautamente incustodita, senza alcuna sorveglianza, lasciando aperti due ambienti. E così nella notte vi si rifugiano decine e decine di operai, ‘sopra ricci di legname e paglia sudica (sic) – una trentina tra maschi e femmine’ nella stanza più grande e venti nell’altro ambiente più piccolo.
Immediate le proteste di coloro che abitano i palazzi vicini già esasperati per la situazione di disagio e di degrado presente nella piazza. Il sindaco Torlonia, costretto a prendere provvedimenti, impone all’impresa di intervenire subito sbarrando ogni entrata alla Casa Tonda in modo da impedire il ricovero abusivo ‘in quei tuguri’.
Giovanni Lelli, vista la situazione, si rifiuta di intervenire in quelle condizioni e così è l’Amministrazione comunale che deve impegnarsi a organizzare un servizio di sorveglianza ‘per impedire il ricovero di tanta gente in quei tuguri’. Data ‘la scarsezza’ delle guardie di città, la vigilanza comunale non può essere continuativa, giorno e notte. La conseguenza è che la Casa Tonda, la notte, torna a essere occupata dalle persone indigenti, la qual cosa viene considerata un ‘grave danno della morale e dell’igiene’. A questo punto il Comune notifica all’impresa l’istanza di demolire nel più breve tempo possibile tutta la parte ancora in piedi della Casa Tonda, pena la revoca dell’appalto. A Giovanni Lelli non resta che eseguire, non toccando certo all’impresa la responsabilità di prendersi cura di chi, trovandosi in stato di bisogno, aveva trovato, tra le quattro mura di una vecchia casa diroccata, un occasionale ricovero per una notte non più sotto le stelle.
