Esquilino – Il giornale del rione (trimestre gen-mar 2026 – numero 3 – pagina 8)
Provate a chiedere di ‘Piazza Vittorio’ a qualunque persona, non propriamente giovane, non solo a chi sia vissuto nel Rione Esquilino, ma anche a chi abbia trascorso parte della propria esistenza nelle borgate e nelle periferie dalle quali si raggiunge la Stazione Termini con tranvetti e trenini che corrono lungo le consolari e attraversano Porta Maggiore.
Tutti vi parleranno solo del mercato.
Piazza Vittorio, dalla fine dell’Ottocento, e fino a quando il mercato è stato spostato, per tutti i romani era il luogo dove recarsi per fare la spesa.
Forse qualche bambino di allora che, mentre la madre pensava a comperare generi di prima necessità risparmiando qualche liretta, pochi centesimi, era lasciato a dondolarsi sulle altalene e a scalmanarsi nell’acchiapparella, si ricorderà i giardinetti nello spazio centrale della piazza e può darsi anche della musica la domenica mattina.
Ma degli altri spazi della piazza, nessuno vi parlerà.
Era iniziato tutto con alcune bancarelle, nel lato verso via dello Statuto e via Carlo Alberto, alla fine dell’Ottocento, mentre intorno si andava edificando il ‘quartiere umbertino’ per la piccola e media borghesia: abitazioni e servizi per famiglie che emigravano dall’Italia meridionale a dare funzionari capaci ed efficienti necessari al nuovo Stato e alla nuova Capitale.
Solo nel 1913 il luogo era stato indicato ufficialmente come mercato rionale.
Ma è inutile fare la sua storia, perché i suoi valori sono stati, negli anni, tutti estemporanei, effimeri, giorno per giorno, bancarella per bancarella: il cuore pulsante dell’Esquilino era lì.
Erano sempre accadimenti impalpabili, come lo sono i ricordi ma, come i ricordi, incancellabili.
Guardate le signore con abiti eleganti mischiate alle vignaiole, infagottate invece in ampie gonne, scialli avvolgenti e grembiali!
Le bancarelle della frutta secca e dei legumi, contenuti nei grossi sacchi di juta.
I banchi di legno più grandi, coperti spesso con una tettoia di teli, con la frutta e la verdura fresca di produzione propria, come dicevano sempre i vignaroli.
Dei prodotti dell’orto, portati ogni giorno dalla campagna romana, venivano messi in vista i pomi più belli accatastati a piramide, ma, se non eri conosciuto, ti rifilavano sempre qualcosa di ammuffito o di fracico.
E poi i banchi dei pescivendoli che tenevano a mollo il baccalà secco in una bacinella d’alluminio accanto al pescato messo in cassette di legno; quando si avvicinava la vigilia del Natale, aggiungevano alla loro merce i capitoni e le anguille, tenuti in contenitori dalle alte pareti per evitare che scappassero via. E delle volte scappavano…
Poco più in là i norcini, con i banchi pieni di salami, salcicce, guanciale e formaggi, il cui odore stuzzicante si allungava nell’aria per metri e metri: tutti dicevano che portavano ‘robba’ loro, che erano maiali allevati ‘da me’ e tutti, giuravano, che venivano da Norcia.
C’erano i pollaroli, che vendevano gallinacei vivi, già grossi, e pulcini, spesso sistemati in stie poggiate su carretti che arrivavano da chissà dove, la mattina all’alba.
Si vendeva di tutto, bastava sapere e sapere guardare.
Un po’ in disparte c’erano le sigarette, quelle senza il sovrapprezzo del monopolio, di contrabbando, come si diceva, e quelle fatte riciclando mozziconi raccolti per strada. E anche lì al mercato si aggirava mattina e pomeriggio un vecchietto con un piccolo sacco, che si inchinava e raccoglieva, si inchinava e raccoglieva cicche.
E si trovava altro ancora.
Vittorio De Sica nel film Ladri di biciclette immortala la vendita di pezzi di ricambio per le due ruote.
Qualche volta sono andata anch’io al mercato, quando uscita da una delle malattie ricorrenti dei bambini, ancora troppo presto per andare a scuola ma non per fare una passeggiata, accompagnavo qualcuno a fare la spesa. Il mio personale ricordo?
Una gran confusione, richiami, rumori, urla, spinte quando la gente si accalcava troppo, strattoni: vita, si potrebbe riassumere con un solo termine, una piazza energica, vivace, colorata, in alcuni passaggi puzzolente, in altri odorosa.
Eppure quello che rivedo come fosse la scena di un film, e che ho ritrovato nel recente C’è ancora domani di Paola Cortellesi, sono le immagini e le voci delle donne dietro e davanti i banchi, donne diverse da quelle che si raccontano rassegnate degli Anni Cinquanta.
Ricordate chi è l’amica forte e decisa della protagonista della pellicola? È Marisa, la vignarola del mercato: quella che dice in continuazione a Delia di andarsene, di ribellarsi, di scappare.
Io così ricordo quelle donne del mercato di Piazza Vittorio.
Donne romane, quasi violentemente romanesche: con sul viso quell’espressione di godimento e sfottìo, mentre erano intente a servire o a capare cicoria; la sonorità così alta, così cristallina, delle loro risate, così beffarda, come di chi è abituato da millenni a trattare con Imperatori e Papi, e non teme nessuno, così sfottenti rispetto agli uomini, che pure lavoravano anche loro tra le bancarelle, stando però molto accorti a non creare fastidi alle proprie donne, o a indispettirle.
