Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-dic 2025 – numero 2 – pagina 20)
Non capita spesso di incontrare persone straordinarie. Eppure, all’Esquilino, sembra accadere con una frequenza misteriosa, come se questo rione custodisse un magnetismo speciale, capace di attrarre talenti indocili e visionari. Così può succedere d’imbattersi in Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano, una coppia fuori dal comune: un poeta e un’attrice che hanno portato nel mondo un’arte radicale, fatta di ferite e bellezza, raccogliendo premi internazionali, tournée lunghissime, teatri gremiti.
Lo hanno dimostrato con La Merda (2012), testo feroce e sconvolgente di Ceresoli che la Gallerano interpreta senza veli – nuda, letteralmente, per restare fedele alla nudità della parola. Da Edimburgo al Brasile, dagli Stati Uniti all’Australia, lo spettacolo ha superato le 700 repliche e raccolto riconoscimenti ovunque, trasformandosi in un manifesto poetico accolto come un concerto rock.
Nonostante il clamore, Gallerano e Ceresoli continuano a vivere il quartiere. Frequentano Spin Time, partecipano alla vita della scuola Di Donato, convinti che l’arte sia bene comune, da difendere e condividere senza confini.
È proprio in questa fabbrica di resistenze e sogni che ha ripreso vita La Rivolta della Gioia, opera concepita da Ceresoli nel 2008 e rimasta a lungo sospesa, in attesa di tempi maturi. Oggi, finalmente, quell’attesa si compie: lo spettacolo debutterà a Roma, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, il 12, 13 e 14 dicembre 2025.
La trama rilegge una delle storie più narrate di sempre, ma in controluce: un paese immerso nel buio e nella noia, l’attesa di una nascita capace di riportare la gioia, il sacrificio finale sotto lo sguardo dell’umanità intera. Una madre dà alla luce un figlio, lo vede crescere, compiere miracoli, morire e tornare bambino: parabola struggente e universale.
Il testo è uno spartito musicale che vibra di strofe capaci di mescolare sacro e quotidiano:
“Guai a quelli che li muoiono di fame o dentro al letto bombardati… mentre intanto gli affaristi del mercato delle armi… si comprano la bici e sorridono felici… e si confonde lo squallore con la gloria in questa grande e immonda noia.”
Ad accompagnare il viaggio ci sono anche le lettere di un bambino, affidate alla voce di Nicola Ceresoli: parole che hanno la leggerezza e l’implacabilità dell’infanzia, rivolte a un dio lontano e invisibile: “Caro Dio, volevo chiederti: ma tu quanto sei alto? È vero che per vederti si deve morire?”.
Per entrare nel cuore di quest’opera corale, nata tra le ferite del mondo e la vitalità di una comunità, abbiamo raccolto le testimonianze di Nicola e Cristian Ceresoli.
Nicola Ceresoli, non dimenticare Palestina e Ucraina
C’è una frase delle lettere a Dio che ti piace più delle altre? Perché?
Mi piacciono molto le frasi della terza lettera, che è il momento in cui il ragazzo si libera e dice tutto quello che odia della guerra, e che non vorrebbe che succedesse. In quel momento arrivano dei soldati che lo insultano malamente e uccidono lui e la madre: questo fa capire come proprio i soldati non abbiano pietà dei bambini e di tutte le persone che vivono la guerra in questo momento.
Cosa vorresti che sentissero i ragazzi e le ragazze quando ti ascoltano leggere?
A volte ci dimentichiamo di quello che sta realmente accadendo in Palestina o in Ucraina. Ci sono cose terribili che pensiamo non siano così terribili, e invece lo sono, moltissimo, e spesso ce lo scordiamo. Nello spettacolo il ragazzo incontra uomini armati, però non risponde con le armi, ma parlando e chiarendo. Invece oggi viviamo in un mondo in cui, se qualcuno ti spara, sembra che anche tu debba sparare.
Se pensi alla Di Donato o a Spin Time, c’è qualcosa che ti sembra ‘entrare’ nello spettacolo?
Beh, sì. Perché ogni volta che vedi dei bambini che sono scappati da una guerra o da qualsiasi altra cosa tremenda, e li vedi divertirsi e giocare con altri bambini, è una cosa bellissima. Ed è qualcosa che ritroviamo anche nel lieto fine dello spettacolo, che è la parte più bella di tutte.
Cristian Ceresoli, nelle sacre scritture c’è un Cristo festoso e rivoluzionario
La Rivolta della Gioia nasce nel 2008 ma ha dovuto attendere anni prima di vedere la luce. Cosa è cambiato oggi, nel mondo e in te, che lo ha reso possibile adesso?
Il progetto è nato quando è nata mia figlia Lara: vivevo la gioia travolgente della paternità e, nello stesso tempo, leggevo sui giornali della morte di sei sorelline in Palestina, uccise mentre dormivano nella loro cameretta, con la cameretta di Lara che era lì. Da allora sono passati diciassette anni e la situazione è solo peggiorata. Le opere coraggiose hanno sempre un destino difficile: non è un ritardo, è parte del loro cammino. Non darei spazio alle difficoltà che abbiamo incontrato, dobbiamo solo cercare di non diventare cattivi, di non farci piegare dall’ignoranza.
Come si intrecciano, nel testo, la dimensione sacra e quella quotidiana?
Le sacre scritture sono sempre state una mia passione, come d’altronde lo sono per gran parte dell’umanità. E sono tanto più appassionato quanto più inquieto e turbato dalle interpretazioni che ne sono state fatte. Quello che sentivo durante la messa da ragazzino lo trovo ancora oggi totalmente aberrante. Ogni volta che ci torno da solo, invece, ritrovo un Cristo festoso e rivoluzionario. Lo ritrovo anche nelle letture di altri poeti, nel De André de La Buona Novella o in Vinicio Capossela con L’uomo vivo (inno alla gioia), per esempio. L’arte, dice Nietzsche, è la capacità di dare forma a feste: io nel Vangelo ci trovo proprio questo, l’interpretazione che ne è sempre stata data è un enorme equivoco.
Quanto hanno contato l’Esquilino, Spin Time e la scuola Di Donato nel dare forma a questo lavoro?
Tantissimo. A volte ci si dimentica che ogni opera, ogni gesto, ogni parola nasce dall’umanità che circonda chi la scrive. L’opera è sempre un corpo collettivo e La Rivolta della Gioia è un’opera della comunità dell’Esquilino e di Spin Time. Esiste perché frequentavo e frequento ancora Spin Time, perché insieme abbiamo provato a costruire un posto un po’ meno brutto, un po’ più bello. I primi pezzi li abbiamo cantati nel cortile della Di Donato, li abbiamo provati lì, li abbiamo mostrati ancora in costruzione a chi ci stava vicino. Ho voluto considerarla, in una forzatura poetica, una vera e propria produzione di Spin Time. Per me quest’opera è un’estensione naturale di quel luogo e di quella comunità. L’hanno resa viva le persone che ci sono state accanto, centinaia di voci, di occhi, di incontri. Anche con tutte le contraddizioni di un posto come Spin Time, lì ci siamo sentiti meno soli, lì l’opera è nata e lì ha preso forza.
E quando porterà il suo nome nel mondo – a Roma, a Montevideo, a Buenos Aires – resterà sempre un’estensione dell’Esquilino e di Spin Time. Forse nei crediti dovremmo scrivere davvero che è una produzione di Spin Time, dell’Esquilino e della Di Donato. Perché è così. Perché è vero.
