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Mettersi in scena: lo spettacolo di MaTeMù racconta i suoi giovani (e i nostri)

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-dic 2025 – numero 2 – pagina 22)

Cosa significa essere giovani in un momento storico come il nostro? Che opportunità possiamo offrire loro? E quali responsabilità abbiamo? Ne abbiamo parlato con Adriano Rossi, coordinatore di MaTeMù, lo Spazio Giovani e Scuola d’Arte creato e gestito dal Cies Onlus (Centro informazione ed educazione allo sviluppo). MaTeMù opera sul territorio dell’Esquilino da 15 anni ed è completamente gratuito. Il 7 e 8 giugno scorsi, MaTeMù ha portato in scena, al Teatro Palladium, alla Garbatella, lo spettacolo G+R Di muri abbattuti e cuori aperti, realizzato con la guida artistica di Bartolini/Baronio e Valentina di Odoardo. Spaziando tra i temi dell’amore, del diritto di esistere, di essere persone e di venire riconosciute come tali, i ragazzi e le ragazze hanno rappresentato il loro modo di districarsi tra tematiche che riguardano tutte e tutti.

Adriano, di che tratta lo spettacolo di MaTeMù?
Lo spettacolo parte da una rilettura di Romeo e Giulietta alla luce di un teatro più contemporaneo. È un lavoro sui temi, provando a declinarli in chiave “pseudo-moderna”. Nel 2025, che significa parlare di differenze o di conflitti intergenerazionali? Cosa significa parlare d’amore? Cosa significa parlare di identità? Quanto l’’appartenenza a una famiglia influenza le possibilità di crescita di un giovane? Parliamo di uno spettacolo, Romeo e Giulietta, in cui muoiono tutti i giovani e restano vivi solo gli adulti. Un’occasione per riflettere sulla nostra percezione del futuro, e sulla percezione che i giovani hanno del proprio futuro e della possibilità di sceglierselo e costruirselo.

Nelle vostre rappresentazioni trovano posto anche gli aspetti più difficili delle vite di chi sale sul palco. Non c’è il rischio di cadere nella ‘pornografia del disagio’?
In qualche modo noi lo abbiamo evitato, però secondo me è il rischio c’è quando tocchi questo tipo di ‘materiale’. Noi riusciamo ad aggirarlo anche perché lavoriamo da un punto di vista artistico e pedagogico. C’è un team che lavora insieme a Tamara e Michele [insegnanti del laboratorio di teatro e registi, N.d.R.]; ciò dà modo a chi va in scena di elaborare queste cose, comprendendone anche il senso.

Che rapporto c’è tra MaTeMù e l’Esquilino? E perché lo spettacolo è andato in scena in un teatro che non è situato nel rione?
È una bella domanda. Siamo andati alla Garbatella perché avevamo bisogno di un teatro abbastanza capiente. I teatri del I Municipio sono difficili da intercettare, a volte non rispondono. Noi abbiamo fatto uno screening di vari teatri e siamo andati dal primo che ha risposto positivamente. Servirebbe un supporto istituzionale: anche al I Municipio dovrebbe interessare che lo spettacolo del suo Spazio Giovani venga fatto in un teatro di zona.
MaTeMù sta all’Esquilino perché nasce da un’organizzazione che si chiama Cies che ha sede in via Merulana. Quando 15 anni fa il Cies ha deciso di provare a investire sull’apertura di uno spazio di giovani insieme a un Municipio lo ha fatto nella zona in cui opera. L’anno scorso abbiamo avuto 1.300 ingressi, cioè ragazzi e ragazze, per un totale di quasi 7.000 ingressi: sono tanti, su una città di 4 milioni di abitanti. Quindi semplicemente MaTeMù non basta.
Sul rapporto con l’Esquilino, negli anni MaTeMù ha organizzato attività anche in base ai bisogni delle persone che lo attraversano: il corso in italiano per stranieri, lo spazio di orientamento al lavoro, lo spazio studio con le scuole limitrofe, l’orientamento psicologico. Di contro, manca secondo me una visione politica generale, a livello cittadino, rispetto alle politiche educative. Il Comune di Roma in questi anni ha fatto cose molto interessanti, però io penso che manchino dei processi strutturali di costruzione di nuovi cittadini che abbiano a monte una visione pedagogica ed educativa. Il Comune svolge un lavoro sull’emergenza – che puoi chiamare povertà educativa, disagio giovanile, dipendenza, dispersione scolastica, ecc. -, ma è un lavoro sull’emergenza, non sulla struttura.

Secondo te, a quali bisogni cerca di rispondere uno spazio come MaTeMù?
Banalmente, bisogni di relazione. Ciò che in parte era la scuola, che nel tempo è diventata sempre più un luogo dove si trasferiscono competenze, informazioni e nozioni, mentre in passato era una palestra di relazione, di confronto, di scambio; un luogo dove mettere in gioco la propria identità in formazione, all’interno di un ambiente sicuro in cui avere un confronto con adulti capaci di orientarti in questo percorso, con la libertà di poter sperimentare e sbagliare. In più, cerchiamo di garantire il diritto di accesso all’arte perché siamo convinti che l’arte sia un elemento cardine del processo di costruzione identitaria.

Per quanto riguarda la realizzazione personale, il trovare un proprio ‘posto nel mondo’, MaTeMù lavora per allargare le possibilità e soddisfare i bisogni artistici dei giovani, ma senza tralasciare i loro bisogni materiali. Come affronta la sfida?
Ragionando sul processo che porta un giovane a trovare il suo posto nel mondo non si può ignorare la responsabilità dell’adulto. E questo vuol dire anche interrogare noi stessi: “Ok, il giovane si trova un posto, ma noi che mondo gli stiamo lasciando?”. La generazione adulta di questi ultimi trent’anni ha disboscato, ha inquinato, ha costruito un ambiente iper-competitivo a partire dall’educazione e dalla scuola. Secondo me, tra le conseguenze del sistema su cui abbiamo fondato il nostro stare insieme come comunità, c’è la rimozione completa di ogni tipo di aspetto emotivo negativo. Tu non puoi essere spaventato, non puoi avere paura, l’errore è un problema, non puoi sbagliare, devi essere iper-performante, iper iper iper. Questo approccio, se uno deve trovare il suo posto nel mondo, genera una frustrazione, un malessere – quello che noi adesso chiamiamo disagio – che è enorme. Oggi l’errore più grande degli adulti, secondo me, è dare la colpa solo allo smartphone, che “non ti fa uscire di casa”. Non ci rendiamo conto che quello che c’è fuori di casa può essere decisamente peggio e che, forse, a confronto lo smartphone è uno spazio “safe”.

a cura di Aldo Di Placido e Chiara Sanna