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La città proibita

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2025 – numero 1 – pagina 17)

Quando nel lontano 2016 vidi per la prima volta Lo chiamavano Jeeg Robot, mi ricordo che rimasi piacevolmente sorpreso, come tanti altri del resto, da quella rivisitazione in chiave romana dei tòpoi supereroistici che dominavano l’intrattenimento di quei tempi. Erano gli anni in cui le storie di eroi in calzamaglia spopolavano sui piccoli e grandi schermi, grazie soprattutto al successo delle saghe targate Marvel, divenute di fatto il modello dei nuovi blockbuster made in Hollywood.

In quell’invasione di storie troppo simili e regie discutibilmente prive di una ricerca stilistica, veniva presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma il primo lungometraggio di Gabriele Mainetti, regista romano che si era fatto conoscere con cortometraggi di successo come Basette, omaggio a Lupin III, e Tiger Boy. Fu un successo di pubblico e critica, in quella prima opera si respirava una ventata d’aria fresca, un film che pur con i suoi personaggi caricaturali e fumettistici, sapeva comunque trasmettere un senso di originale e sentita autenticità.

Con queste premesse non si poteva che nutrire aspettative piuttosto alte per La città proibita, l’ultimo lavoro di Mainetti uscito nelle sale questo marzo, stavolta alle prese con un film di kung fu all’amatriciana (come recitava il titolo provvisorio), che non poteva non richiamare alla mente quel L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente che fece di Bruce Lee un’icona anche in Italia.

La trama è semplice ed essenziale come ci si aspetta da un film di genere: una ragazza cinese, Mei (Liu Yaxi), arriva a Roma clandestinamente in cerca di sua sorella, e sarà disposta a venire alle mani con chiunque si troverà davanti pur di raggiungere il suo scopo. Sarà proprio un inizio esplosivo a presentarci l’inarrestabile determinazione dell’eroina, che facendosi strada attraverso i locali, legali e meno legali, gestiti da Mr. Wang (Chunyu Shanshan), boss della malavita cinese, riuscirà a fuggire dal ristorante ‘La Città Proibita’ per ritrovarsi proprio qui, nella nostra Esquilino caput mundi.

Tra chi legge ci sarà sicuramente qualcuno che ricorderà quando, poco più di un anno fa, quel tratto di porticato tra Via dello Statuto e Via Napoleone III, dove c’è uno stop che ogni tanto qualcuno non vede o fa finta di non vedere, venne trasformato in un set cinematografico. Ed è proprio quel tratto di strada che farà da sfondo al film, una versione tascabile e condensata della natura multiculturale del nostro rione, dove si concentrerà la quotidianità del racconto e dove i due protagonisti si incontreranno/scontreranno per la prima volta.

Con Marcello (Enrico Borello), un ragazzo ritrovatosi a gestire il ristorante di famiglia assieme alla madre Lorena (Sabrina Ferilli) in seguito alla fuga del padre con un’altra donna, entra in scena la parte romana della storia. Le incomprensioni, anche linguistiche, che nasceranno tra lui e Mei diventeranno la forza trainante dell’intero racconto.
Nonostante il minutaggio che supera le due ore, il film intrattiene e non cede mai il ritmo, riuscendo a districarsi tra momenti di commedia ad altri drammatici, merito anche dell’ottimo lavoro degli attori, tutti davvero bravi, con un Giallini fantastico nel ruolo di Annibale, ‘amico’ di famiglia e delinquentello di quartiere.

Il punto di forza di Mainetti, come già visto in Jeeg, è il saper imprimere le sue opere con le esperienze personali di ragazzo nato e cresciuto a Roma, dalla Tor Bella Monaca di Enzo all’Esquilino di Mei e Marcello, dando vita a racconti di finzione basati su realtà che noi tutti siamo in grado di riconoscere. Tuttavia, se in Jeeg il risultato era riuscito appieno, qui si ha come l’impressione che il conflitto culturale tra i due protagonisti si muova seguendo cliché già visti e rivisti, eppure il nostro rione di spunti nuovi ne aveva da offrire.

Mi sarei aspettato di vedere un personaggio che rappresentasse le seconde o terze generazioni, un ragazzo o una ragazza ‘de Roma’ che parla in dialetto come prima lingua e che il kung fu lo conosce solo attraverso i film, qualcuno che avrebbe potuto fare da congiunzione tra i due protagonisti e che avrebbe aggiunto una sana dose di comicità e novità. C’è da dire che il figlio del boss Mr. Wang, in arte Maggio (alias Roberto alias He Jie), rapper sino-italiano cresciuto a Roma, avrebbe potuto ricoprire quel ruolo, ma la sua presenza purtroppo si riduce solo più a un piccolo cameo. Sarà per la prossima volta.

È un film che comunque mi sentirei di consigliare a tutti e ammetto che è impossibile non provare un pizzico d’orgoglio nel vedere sul grande schermo le parti più belle del nostro rione, quelle multiculturalmente romane, dove ci si saluta e ci si manda a quel paese nella stessa lingua.

Alessandro Zhu