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Andrea Castorina, scenografo. Nel film un Esquilino tra realtà e fantastico

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre lug-set 2025 – numero 1 – pagina 17,18)

Un Esquilino trasfigurato, sovraccarico di colore e rumore, con un mondo sotterraneo misterioso e spietato. Una realtà filmica costruita come un puzzle con tasselli sparsi nel rione e fuori. Catanese, una vita nel cinema, nel 2024 Castorina ha ricevuto il David di Donatello per la migliore scenografia per il film Rapito. In questa chiacchierata ci racconta come ha realizzato la scenografia del film La città proibita.

L’Esquilino è sempre stata l’ambientazione della storia?

Già dalla sceneggiatura l’ambientazione del film doveva essere l’Esquilino, per motivi innanzitutto narrativi. Potevamo anche girare altrove, ma in realtà era ed è rimasto il luogo più giusto, più convincente per questa storia.

L’idea di base era che ci fosse una polarità forte. Una realtà italiana che si sente marginalizzata da tutto il fermento che pulsa in questa porzione di città, dove il ‘romano de Roma’ fatica a mantenere la posizione e si percepisce minoranza. E dall’altra parte una realtà multiculturale, il cui fulcro nella nostra storia è la comunità cinese.

Per rappresentare questi due poli abbiamo ricreato da un lato il ristorante Da Alfredo, un’attività commerciale che va avanti da generazioni, baluardo della tradizione romana, come le poche che sono rimaste e le tante ormai chiuse che si intravedono nelle insegne capovolte o nelle vecchie vetrine, come tracce, quasi reperti archeologici da andare a scovare. In questo microcosmo c’è la famiglia dei protagonisti, assolutamente per bene, che cerca, magari anche con degli escamotage, di andare avanti, ma c’è anche il delinquente di quartiere, interpretato da Giallini, che per difendere quel luogo e l’italianità che incarna arriva fino all’estremo.

Il polo opposto è il ristorante di Mister Wang e il tessuto vivo, caotico, brulicante del quartiere, ricco dal punto di vista culturale ma per noi anche estetico perché ci ha permesso di giocare molto a livello visivo.

Scoprendo più a fondo l’Esquilino avete trovato qualcosa che non vi aspettavate?

Assolutamente sì. Conoscevamo l’Esquilino ma, come per ogni luogo vivo e pieno di sfumature, sapevamo di non conoscerlo abbastanza bene. Quindi ben prima di iniziare le riprese abbiamo voluto esplorarlo, approfondirlo.

Non sempre tutto viene definito in sceneggiatura. Quando si va a mettere in opera, si va a dare un corpo fisico all’idea scritta, soprattutto per registi con una sensibilità artistica spiccata come Gabriele Mainetti, si deve restare sempre in ascolto, continuare a fare ricerca, per affinare e potenziare la storia sulla base di suggestioni nuove magari addirittura a riprese già avviate. Mentre esploravamo l’Esquilino questo è successo.

Quali idee vi sono state ispirate dall’Esquilino stesso?

Per esempio, abbiamo rafforzato ed esteso l’idea di una verticalità attorno a cui sviluppare la storia. Abbiamo creato un vero e proprio sottomondo. Questa idea Gabriele l’ha sempre avuta ma, mentre facevamo i sopralluoghi per le scenografie, abbiamo scoperto ad esempio che sotto la parte ‘emersa’ della stazione Termini che tutti noi conosciamo ce n’è un’altra identica, con centinaia di metri di cunicoli, corridoi, gallerie. Non potevamo non ambientare una parte della storia in quei sotterranei, così affascinanti. Ed ecco quindi tutto il mondo sotterraneo del film, la città nascosta sotto la città che si sviluppa sotto il ristorante di Mister Wang, che lui controlla e in cui gestisce i suoi affari illeciti, come la bisca e il bordello.

Quali sono dunque i luoghi in cui si svolge la storia?

Dal punto di vista scenografico abbiamo ricostruito una geografia plausibile ma non reale. Una sorta di puzzle fatto di tanti tasselli sparsi per il quartiere, per creare un mondo che apparentemente ruota tutto attorno all’Esquilino ma in realtà non esiste.

Ad esempio, interno ed esterno dei ristoranti non corrispondono. L’esterno del ristorante di Mister Wang lo abbiamo ricostruito a via Pellegrino Rossi, all’interno del cantiere dei magazzini Mas che ci ha permesso di lavorare con grande libertà, mentre quello del ristorante Da Alfredo sotto i portici all’angolo con via Napoleone III. Gli interni invece sono stati ricostruiti dentro un teatro di posa a Cinecittà.

In fondo a via Pellegrino Rossi nel film si vede il giardino di piazza Vittorio che in realtà non è lì. Lo abbiamo spostato in quel punto con il green screen per accorciare il percorso tra i due ristoranti antagonisti e ‘avvicinare’ i luoghi.
I cunicoli sotterranei, che diventano una trama, una vera rete nascosta di comunicazione, li abbiamo fatti sbucare in aree della città in realtà anche lontanissime dall’Esquilino.
Il mercato in cui è ambientata una lotta a colpi di kung fu è in realtà quello di via Cola di Rienzo, non quello esquilino, perché il regista voleva un mercato con un aspetto più datato. Poi i portici, che abbiamo invaso di negozi e bancarelle. E infine invece il giardino di piazza Vittorio, con i gruppi di kung fu e tai chi, che abbiamo rappresentato in modo piuttosto realistico.

L’Esquilino che esce dal vostro film è molto caratterizzato. Che realtà volevate raccontare?

Nel film non c’è nessuna pretesa né volontà di fare un’operazione documentaristica. È il racconto di una favola, è un grande fumetto, se vogliamo. Viene raccontata una città ispirata alla realtà, ma trasfigurata, riletta sotto un’altra luce.

Questa è stata una delle premesse su cui ci siamo trovati in grande sintonia con Gabriele Mainetti: pur essendo un film ambientato nel contemporaneo, lui ha voluto ricostruire tutto, ha voluto ricreare un presente che non esiste, potenziando e sovraccaricando tutto come scelta estetica. Dove oggi in realtà c’è un negozio, noi ne abbiamo messi dieci. Questa è una scelta stilistica del regista e noi scenografi, come dei musicisti in un’orchestra, ci siamo armonizzati con questa idea.

Questo eccesso, questa pienezza, questo sovraccarico di colore e rumore rispetto al reale, hanno contribuito a creare qualcosa di ricco dal punto di vista visivo. Il tutto, cercando di evitare il grottesco e di restare efficaci.

Dunque, una favola tra reale e fantastico per raccontare questo pezzo di Roma. Perché?

Quello che posso dire, e qui mi sento di poter parlare anche per Gabriele, è che di sicuro c’è un amore appassionato per Roma, in tutte le sue sfaccettature. I lungometraggi di Gabriele sono stati fino ad oggi tutti ambientati a Roma, come se non riuscisse a distogliere lo sguardo da questa città e questo secondo me si chiama innamoramento. Ogni volta ha reinterpretato questa città, che conosce molto bene, per renderla la trama e l’ordito delle sue storie.

a cura di Micol Pancaldi