Articoli recenti

Vedi anche

Sogno di un’oasi romantica tra cigni e piante rare

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 20)

Nelle estati torride che stringono la Capitale in una morsa di asfalto e calore, mi trovo a pensare a quanto le aree verdi siano diventate una questione di sopravvivenza urbana. Gli alberi e i parchi sono i polmoni e i condizionatori naturali della città, capaci di abbattere le isole di calore e regalare un po’ di respiro ai quartieri più densamente popolati. Ed è proprio qui, nel cuore dell’Esquilino, che i giardini di Piazza Vittorio Emanuele II (ufficialmente, Giardini Nicola Calipari) mostrano tutta la loro vitale importanza.

Se i residenti dell’8 luglio 1888 potessero fare un salto temporale fino a oggi, farebbero molta fatica a riconoscere il loro “salotto buono”. Quel giorno, tra carrozze e cappellini della nobiltà umbertina, venivano inaugurati questi storici giardini. Furono creati in fretta e furia per la visita dell’imperatore Guglielmo II di Germania dalla matita dell’architetto Carlo Tenerani e dalla mente del botanico Alfredo Kelbling. L’idea e l’ispirazione originale era quella di un magnifico ‘square’ romantico all’inglese che facesse invidia alle grandi capitali europee.

Nella Roma di fine Ottocento, i giardini di Piazza Vittorio erano un vero e proprio palcoscenico sociale per la nuova borghesia e la burocrazia ministeriale arrivate con la nascita di Roma Capitale.

Il disegno originario del 1888 concepiva il giardino come un’oasi protetta e autosufficiente, nettamente separata dal tessuto urbano circostante. Il perimetro era cinto da una monumentale e maestosa cancellata in ferro battuto (smantellata poi nel 1937), che isolava acusticamente e visivamente il visitatore dal traffico delle carrozze. Superati i cancelli, il giardino si sviluppava in un fitto labirinto di vialetti sinuosi in ghiaia. A ridosso dei resti archeologici sorgeva una spettacolare scogliera artificiale in tufo, da cui sgorgava una cascata che alimentava un laghetto sormontato da un caratteristico ponticello in legno rustico e popolato da cigni bianchi.

La vera magia era però l’integrazione tra queste strutture e lo sfrenato esotismo botanico, con piante allora rarissime per Roma. Il fiore all’occhiello erano le mitiche palme, molte delle quali donate direttamente dalla Regina Margherita. Tra i viali svettavano maestosi i cedri del Libano e le imponenti magnolie grandiflore, affiancate da insoliti alberi di banano, scelti appositamente per creare fitte “stanze verdi” in cui ripararsi dal sole, avvolti dal profumo di un ricco sottobosco di rose arbustive e gelsomini.

Questa armonia fu stravolta nel 1902, quando l’area centrale divenne la sede del più grande mercato all’aperto di Roma. Per un secolo intero, tra le urla dei venditori e i banchi di frutta, il disegno romantico originario rimase letteralmente sommerso e soffocato dalle bancarelle. Questa caotica invasione quotidiana è durata fino al 2002, anno in cui lo storico mercato è stato finalmente trasferito al coperto nella vicina ex Caserma Sani.

La vita del giardino tra fine ‘800 e inizio ‘900 nasconde anche la storia curiosa della fontana al centro del parco, che ospita il monumento soprannominato dal popolo “Fritto Misto” ben noto ai nostri lettori. Si tratta del gruppo scultoreo di Mario Rutelli che mostra un groviglio di tritoni, delfini e mostri marini che lottano tra loro. Era il bozzetto originariamente scartato per la celebre fontana di Piazza della Repubblica, ritenuto all’epoca dalle autorità cittadine troppo bizzarro e quindi “parcheggiato” all’Esquilino, dove è poi rimasto.

Il maxi-restauro del novembre 2020 ha cercato di far convivere questo passato con le esigenze moderne, ripristinando il percorso a “forma di 8” ma aprendo gli spazi con una grande piazza centrale in travertino per renderla accessibile a tutti e valorizzare i resti archeologici dei Trofei di Mario, preservando allo stesso tempo circa 280 piante storiche e aggiungendo 42 nuovi alberi.

Tuttavia, far sopravvivere questo spazio verde oggi è una sfida complessa: anche se il Comune a febbraio di quest’anno ha iniziato gli interventi fitosanitari per la cura delle palme storiche – più di 60 – presenti nei giardini, il punteruolo rosso, lo stress termico, e i sistemi di irrigazione automatizzati a volte carenti creano nuove sfide al sistema ecologico dei giardini. Davanti alla siccità contemporanea che ingiallisce i prati e logora il decoro dello spazio verde, viene quasi spontaneo chiudere gli occhi e sognare la versione romantica, sicuramente più fresca e rigogliosa, dell’Ottocento. E viene da chiedersi se e in che misura la piattaforma digitale Grenspaces per la mappatura e gestione del verde urbano – annunciata dal Comune – giocherà un ruolo nella preservazione futura dei giardini. Per ora, Piazza Vittorio resiste, custodendo il nucleo superstite dei suoi grandi alberi storici e accogliendo nuove essenze come il Ficus benghalensis. Un parco forse meno idilliaco di quello delle origini, ma che rimane il vero e indomito cuore verde esquilino.