Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-dic 2025 – numero 2 – pagina 19)
Con il titolo @pavia_at_rome (visitabile su Facebook e su Instagram) ha preso vita lo scorso giugno il primo progetto archeologico dell’Università di Pavia a Roma, nel rione Esquilino, presso l’Arco di Gallieno, nell’area sottostante la chiesa dei Santi Vito e Modesto.
Perché l’Università di Pavia ha scelto di lavorare qui? Perché l’Esquilino è stato in passato ora periferia ora centro, prima necropoli e poi zona residenziale di lusso, ma anche luogo di commerci; ha poi accolto vigne e ville illustri, fino a essere distrutto e ricostruito dalle lottizzazioni post unità d’Italia. Permane tutt’oggi la vocazione poliedrica del rione, centrale eppure di confine grazie alla Stazione Termini, multiculturale, popolato da turisti e pellegrini, eppure tenacemente identitario nella memoria degli abitanti da generazioni.
Di tutto ciò l’area sotto San Vito è lo spaccato: il sito copre infatti un arco temporale che va dalle mura serviane (del VI a.C., ricostruite nel IV a.C.) con la porta Esquilina, del tempo di Augusto, ridedicata nel 262 d.C. all’imperatore Gallieno e alla moglie e nota come Arco di Gallieno.
Nell’area sotto la chiesa si vedono resti delle mura, una struttura per la distribuzione dell’acqua, connessa con i Trofei di Mario, e un tratto di strada basolata. La vita continua con la fondazione della prima chiesa, ricostruita più volte fino a quella di oggi sotto Sisto IV del 1477, che ha poi conosciuto interventi successivi.
Si tratta dunque di una stratificazione da rileggere attraverso un lavoro di ricomposizione dei dati dello scavo effettuato dalla Soprintendenza (1972 e 1973), e dei restauri successivi.
È stato questo il compito di quest’anno dell’Università di Pavia, Dipartimento di Studi umanistici, sotto la guida di chi scrive e con il contributo di Yuri Godino e Manuela Battaglia, con un gruppo di studenti italiani e internazionali, dei corsi di laurea triennale e magistrale, italiana e inglese: lo scopo era identificare i resti compresi in uno spicchio che racchiude l’intera storia di Roma, e riorganizzare i materiali dei vecchi scavi. Per ora abbiamo svolto rilievi con le più moderne tecnologie, come concordato con la Soprintendente speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma Daniela Porro e con il funzionario di zona Mirella Serlorenzi, avvalendoci dell’accoglienza del parroco di San Vito, Padre Simone Pietro Russo, sulla scia dell’impegno del precedente, don Pasquale Magagnini, che aveva portato all’apertura del sito nel 2017, sotto gli auspici del Capitolo della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Il progetto ha inteso avvicinare all’archeologia tutti: i cittadini del rione, per un’archeologia ‘di prossimità’ che entri nella vita di tutti i giorni, ma anche i visitatori occasionali e i turisti, e pure i colleghi archeologi, molti dei quali vivono proprio all’Esquilino. Il sito è sempre rimasto aperto, e sono state fornite in ogni momento spiegazioni, sui resti archeologici e sulle attività che stavamo compiendo, in italiano e in varie lingue, considerata l’internazionalità dei partecipanti.
Il risultato è stato insperato: dopo i primi giorni, in cui i visitatori si affacciavano incerti, è stato un viavai continuo di persone, ognuno con domande da porre e molti con una storia da raccontare, consapevoli, vedendoci lavorare, che l’archeologia non è solo scoperta sensazionale, è documentare e ricostruire tracce, conservare e offrire al pubblico. In questa direzione siamo stati seguiti dal Polo Esquilino con Lorenzo Teodonio e dal Liceo classico Pilo Albertelli, con la dirigente scolastica professoressa Rosa Palmiero coadiuvata dal professor Fabio Pizzicannella, per coinvolgere i cittadini di oggi e di domani nella conoscenza e nella promozione del rione.
Per chi, come me, ci vive da anni, l’Esquilino è un laboratorio a cielo aperto, un luogo di incontro e di condivisione, abitato da un mosaico di professionalità e di culture, che come archeologa, oltre come cittadina, considero luogo ideale di archeologia diffusa e specchio di un passato che si fa sentire con discreta insistenza ovunque.
di Elena Calandra*
*Elena Calandra è professore ordinario di Archeologia classica all’Università di Pavia (Dipartimento Studi umanistici) e dirige il Museo di Archeologia dell’Università di Pavia.
