Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 21)
Quando si parla di guerra e di memoria, il pensiero va subito al Museo della Liberazione di via Tasso. Tante però sono le tracce sparse nel Rione di un passato da tenere vivo nella mente, per evitarne il ritorno. La più ‘ingombrante’ è sicuramente l’alto e insormontabile muro che circonda Villa Wolkonsky, oggi residenza dell’ambasciatore inglese ma ai tempi sede dell’ambasciata della Germania nazista. La scelta di via Tasso come luogo di prigionia e torture fu proprio conseguente a questa vicinanza.
Oggetti più o meno in vista sono però diffusi ovunque. Ne sono un esempio i cartelli giallo-neri che indicano la direzione di Piazza Dante. Dopo la sparizione in anni recenti di quelli alle entrate di via Merulana e di via Galilei, ne restano ancora almeno cinque. Furono installati nel 1940 per facilitare il raggiungimento del più grande rifugio antiaereo di Roma che si trova sotto i giardini della piazza (purtroppo ancora non visitabile). Molti altri ripari furono creati nei sotterranei dei palazzi umbertini, segnalati con grandi lettere “R” a vernice, ormai cancellate. I sotterranei della stazione Termini ospitavano un rifugio con la centrale che doveva garantire il servizio ferroviario durante i bombardamenti. Riscoperto poi solo nel 2025, un altro rifugio era sotto i giardini di viale Carlo Felice. Veniva utilizzato dal personale del deposito Atac (ai tempi Atag, azienda del Governatorato) che si trovava addossato alle mura. Un cunicolo lungo quasi 100 metri scavato 15 metri sottoterra, in cui sono stati rinvenuti anche seggiolini di tram e parti dei bus dell’epoca.
Verso i rifugi ci si indirizzava al suono delle sirene antiaeree. Tra il 1943 e il 1944 suonarono un centinaio di volte, spesso per falsi allarmi, 53 furono però i bombardamenti alleati che colpirono diverse aree della città e che distrussero anche la caserma Umberto I, nell’area archeologica di Santa Croce. Lapidaria fu comunque la scritta che comparve in quei giorni su di un muro diroccato: “mejo li americani su la capoccia, che Mussolini tra li cojoni“.
Finita la guerra, le sirene furono in buona parte rimosse, ma le restanti hanno continuato a suonare ogni giorno alle 12, per mantenerne l’operatività, fino al dicembre 1975. Nel Rione ne restano ancora tre. Una su palazzo Brancaccio, ben visibile da largo Leopardi. Una, poco fuori le mura, su un tetto di largo Brindisi, si vede bene posizionandosi vicino alla statua di San Francesco. L’ultima si trova sul terrazzo dell’Istituto Galilei e ci dà modo di fare un bel volo pindarico. All’epoca, il Galilei era intitolato a Carlo Grella, studente sedicenne, simpatizzante del fascismo, assassinato in via Conte Verde dagli Arditi del Popolo pochi giorni prima della Marcia su Roma. Per pura coincidenza, Grella è anche il nome italiano dato alle Marston Mats, le lastre in metallo che venivano utilizzate dall’esercito americano per creare piste di atterraggio improvvisate. Unendosi a incastro l’un l’altra, consentivano di modulare facilmente la superficie del terreno ricoperto. Ebbene, numerose grelle costituiscono tuttora la staccionata perimetrale del villino all’angolo tra via San Quintino e via Principe Aimone.
Ci sono poi oggetti che hanno proprio lo scopo di riportare alla memoria. Oltre alcune targhe commemorative, nel Rione abbiamo quattro pietre di inciampo. In via Buonarroti 29 si trova quella dedicata a Paolo Petrucci, giovane professore di lettere assassinato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. In via Porta Maggiore 38, altre tre pietre posate solo il 15 gennaio scorso. Sono dedicate allo storico e archivista Ermanno Loewinson, a sua moglie Wally Buetow e a suo figlio Sigismondo. Deportati ad Auschwitz, lì morirono nel 1943.
Cercando tra le varie produzioni della cultura romana dell’epoca, riporto un sonetto di Pompilio Burotti che parla degli orti di guerra. È tratto dal libro Tempo di Carestia che scrisse tra il ’44 e il ’45. Gli orti, assieme alla borsa nera che in piazza Dante e piazza Vittorio aveva i principali punti di distribuzione, integravano le insufficienti razioni concesse attraverso le tessere annonarie.
Grano (Pompilio Burotti – Marzo 1945)
La tera scura de li giardinetti
che stanno a San Giovanni in Laterano,
l’artr’anno è stata seminata a grano
che darà pane pe’ li poveretti.
Su li tre campicelli circonnati
da fratte basse, tutte de mortella,
er grano è ancora erbetta tenerella
che arissomija a quella de li prati.
San Giovanni se guarda ‘sto tesoro
e aspetta giugno pe’ pregà er Signore
de benedì le spighe color d’oro
che cascheranno in braccio ar mietitore!
