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«Il nostro giardino»

Esquilino – Il giornale del rione (trimestre ott-nov 2026 – numero 6 – pagina 14,15)

di Annelisa Alleva

Cercavamo con mio marito, Ruggero Savinio, una casa da comprare, ma senza avere un’idea precisa su dove ci sarebbe piaciuto andare ad abitare.

A Roma non è facile, e poi non si conosce la vita dei rioni.

Eravamo esigenti, doveva essere la casa dei nostri sogni, e desideravamo un appartamento col terrazzo.

Molti annunci. Era diventato il nostro sport, non so quante case avevamo identificate e poi scartate.

Poi, finalmente, una sera, dopo aver presentato un libro, a cena mi capita accanto una persona, che mi parla molto bene dell’Esquilino, dove vive, e sta vendendo lì un appartamento. Lo vediamo, ma non ci convince.

Vedo su una parete dell’edificio un annuncio, chiamo l’agente, visitiamo la casa.

Con Ruggero ci scambiamo uno sguardo d’intesa. Rinunciavamo al terrazzo.

Ci aveva convinto la distribuzione armoniosa degli spazi, l’altezza delle pareti, la luce.

Io non ero mai stata a Piazza Dante prima, e il Rione Esquilino mi incuteva istintivamente un certo timore.
Il trasloco in inverno. L’orientamento a poco a poco.

Appena arrivati, nel 2010, avevamo esplorato il quartiere con le sue chiese e basiliche magnifiche, il giardino di Colle Oppio con la Domus Aurea, Villa Celimontana, il Museo d’Arte Orientale, perfino quello molto interessante degli Strumenti Musicali che si trova in prossimità della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.

Col tempo cominciammo a frequentare, sempre più assiduamente, il cinema Apollo 11, riferimento d’obbligo del Rione, e poi, naturalmente, l’arena estiva di Piazza Vittorio.

La poetessa Annelisa Alleva, vedova di Ruggero Savinio @GCatelli

Passò un mese prima che arrivassi fino al mercato. All’inizio mi spaventavano i lineamenti marcati dei venditori, poi ho cominciato a identificare i banchi e conosciuto la fruttivendola Emma, il salumiere Roberto, Gerardo il pescivendolo, Fausto il verduraio, e Francesco, e i macellai arabi, di cui uno, Mohammed, risponde sempre al mio saluto con: «Io sto bene, sto sempre bene, come vuole Allah». Di molti conosco la storia, o almeno una parte. Qualcuno per nostalgia è tornato in patria, ci sono stati lutti, qualcuno ha chiuso.

I negozi generalmente sono accoglienti, come Expert, con i simpaticissimi Beniamino e Andrea, o il corniciaio Alberto, il giornalaio Massimo, le fornaie sorridenti di Via Emanuele Filiberto, i gelatai di Fassi e del chiosco San Lorenzo, la famiglia dei fiorai al centro della piazza, la friggitoria di Via Leopardi. E il dottor Giuseppe Longo, la cui farmacia è un riferimento prezioso di tutto il quartiere. Il giorno dei suoi funerali molto partecipati alla Parrocchia di Sant’Eusebio, la saracinesca della farmacia era chiusa con un cartello che ne indicava il motivo, e una donna cinese si era fermata lì davanti a pregare.
Conduco una vita tranquilla, e so che l’Esquilino non è totalmente tranquillo, ma molto sorvegliato dalla polizia, e animato anche di notte.

Io ci vivo bene, e così i nostri figli – Andrea e Gemma, che ora però vivono per conto loro – e anche Ruggero, che nella vita aveva lungamente cercato una casa sua e che lo soddisfacesse.

Ho presentato nell’estate del 2023 l’ultima mia raccolta di versi, Dita di vetro, nel giardino di Piazza Vittorio, e ho detto in quell’occasione che per me all’Esquilino stare in casa o fuori è un po’ la stessa cosa: un quartiere nel quale ti senti a tuo agio.
Molte delle poesie contenute in questa raccolta bilingue, in italiano e in inglese, sono dedicate al Rione.
Ci siamo sentiti, con Ruggero, subito inclusi nel quartiere.

Presto, direi subito, abbiamo fatto la conoscenza di tanti artisti, come Michele Marinaccio, Aurelio Frongia, Beatrice Pasquet, Massimo De Ruju, Primarosa Cesarini Sforza, solo per citarne alcuni.

Il gruppo di artisti dell’associazione Arco di Gallieno ci ha invitato a partecipare a eventi di poesia e mostre: all’associazione Tra le Volte, nella scuola Galileo Galilei, nella Di Donato – dove Ruggero aveva lavorato coi bambini, che avevano copiato un suo schizzo tratto dalla Gerusalemme liberata – e anche a manifestazioni estive: ricordo, per esempio, una bella serata sul terrazzo a Via Napoleone III con uno spettacolo di danza e poesia organizzata da Angelo De Florio.

Massimo Livadiotti coordinava il progetto del Cantiere dei Poeti, del quale facevano parte, con Ruggero, tanti artisti di zona, che hanno illustrato su piastrelle di terracotta i canti di Dante dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso, per il giardino di Piazza Dante, esposte permanentemente ai suoi frequentatori.

Tuttora Massimo Livadiotti, Max, è attivo anche come membro dell’Associazione Respiro Verde, e ha preso in cura il Giardino di Confucio, dal quale proviene la Ceiba Speciosa, che ha voluto dedicare a Ruggero a un anno circa dalla sua scomparsa. La Ceiba è stata trapiantata a Piazza Dante, sull’angolo dalla parte di Via Foscolo, lo scorso 8 dicembre: è una pianta tropicale che con il cambiamento climatico cresce ora anche da noi, e sulla quale sbocciano a fine estate fiori rosa. La mattina della cerimonia d’inaugurazione dell’albero regnava l’emozione fra gli amici di quartiere e in un suo vecchio compagno di scuola, Paolo Casini; le fatine volontarie piantavano il giovane albero assicurando a un palo più robusto, il suo tronco ancora un po’ incerto e sottile. In quell’occasione abbiamo letto qualche brano dai libri di Ruggero, che era scrittore oltre che pittore.

Da allora Max non perde d’occhio la giovane Ceiba e ha istruito fin nei dettagli Paola Friggeri, che va ad annaffiarla ogni giorno. A lei va tutta la mia ammirazione e riconoscenza.

Ruggero amava molto gli alberi e li dipingeva spesso. Amava molto, e io con lui, il giardino di Piazza Vittorio dopo la sua ristrutturazione.

Finché Ruggero è stato in vita, questo era per noi un giardino privato condiviso, aperto sulla piazza e allo stesso tempo raccolto grazie agli alberi alti, folti e secolari che vi crescono.

Io lo anticipavo per andare alla ricerca di una panchina libera, sul finire della mattinata, intorno a mezzogiorno, circa tre volte alla settimana. Quando avevamo un posto sicuro, mi allontanavo per comprare il giornale e spesso qualche medicina in farmacia. Poi osservavamo insieme i passanti, che spesso provenivano dal mercato, o che sostavano nel giardino per ingannare il tempo fra un treno e l’altro. Ruggero sfogliava con mano esperta il giornale. Credo di aver sostato con lui su tutte le panchine del giardino, e ora, quando lo attraverso, provo un sentimento di forte nostalgia.

Amava, del quartiere, proprio il suo essere urbano, che si sposava con la sua natura di flâneur. I marciapiedi larghi e diritti di Via Merulana, costeggiata dai platani ombrosi, erano la sua cornice preferita.

Qui girava ogni mattina su Via Poliziano, dove si trovava il suo studio, al numero 43. Uno studio molto vicino alla sua casa, una volta anche aperto agli amici del Rione che avevano desiderato visitarlo.

Ruggero lascia un patrimonio di bellezza che lo rende ancora vivo. La sua persona, il suo bastone da montagna assottigliato nel punto del manico in cui veniva stretto dalla sua mano destra, sono rimasti nella memoria di tanti che sostavano a scambiare qualche chiacchiera con lui sotto i portici, dal pavimento a mosaico che gli anni hanno reso ondulato. Oppure nel giardino, dove appoggiava il suo bastone alla panchina e riposava gli occhi sui passanti. Tanti che ricordano la sua gentilezza, la sua vigile attenzione, il suo sorriso, e che sono rimasti amici.